The Beachouse – Coral coast, Fiji

Avevamo intenzione di fermarci soltanto una notte per spezzare il viaggio verso Nadi, ma una volta sistemato lo zaino in camera e dato un’occhiata in giro, ci siamo guardate ed abbiamo detto nello stesso istante “a me piacerebbe rimanere un po’ di più” e così è stato.

Il Beachouse hostel si trova letteralmente in mezzo alla giungla, ed affaccia su una magnifica spiaggia con le classiche palme ad ago piegate verso il mare. 

Il proprietario, un surfista neozelandese, lo ha arredato con gusto, mantenendo gli elementi classici della tradizione delle isole Fiji. Diversi bungalow sparsi tra la vegetazione ospitano dalle due alle sei persone, i prezzi sono modici, non bassi, 20€ un letto nella stanza femminile da sei, pulita, spaziosa, areata e dotata di grandi armadietti da chiudere col proprio lucchetto. Il costo include una ricca colazione, una merenda pomeridiana, lezioni di yoga, docce calde, wi-fi e a disposizione canoe, piscina, biliardi, svariate amache sparse tra giardino e spiaggia. La struttura è composta da varie capanne in legno e bambù che ospitano il ristorante, il bar e la zona massaggi… Che ho “dovuto”assolutamente testare per poter dare un giudizio realistico. 😉 La robusta signora Fijiana mi ha strapazzata per un’ora con abbondante olio di cocco, la pioggia battente ha conciliato ancor di più il rilassamento. Diciamo che la tecnica era più o meno quella di un classico massaggio nostrano, ma dal costo più contenuto, 16€.

Tra snorkeling, foto, video, birre, spupazzamento cani e redigere articoli per il blog, il tempo è volato, è ora di salire sul prossimo bus! 

Dormire cullate dalle onde ci manca già, prima di andare all’ostello prefissato (da 4.96€ a notte), approfittiamo dell’invito di amici di amici, che lavorano su una lussuosa barca ormeggiata alla marina di Denarau (il nome è tutto un programma!) 

In tutto questo girovagare bisogna riuscire ad adeguarsi a strette cabine spartane, letti a castello, camerate condivise tipo colonia comunale o lussuose suite da mille e una notte… cercando di trovare il lato positivo in ognuna di esse.

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In partenza per Viti Levu – Fiji

Sabato pomeriggio, siamo rientrati da un giro di commissioni, spesa lavanderia, etc… fa caldissimo. Mi sdraio in cabina a pensare a dove andare quando lascerò la barca. Bussa Daniela, una ragazza di Francoforte che ha finito il suo periodo a bordo e a breve deve partire per Bangkok, mi propone di andare con lei su un’altra isola per sfruttare al meglio i suoi ultimi giorni alle Fiji. Diamo un’occhiata ai voli per spostarci sull’isola principale, Viti Levu. Caspita c’è una super offerta! Non stiamo a pensarci troppo e prenotiamo all’istante. Il volo però parte lunedì mattina presto, dal nord dell’isola in cui siamo, chissà come faremo a raggiungere l’aeroporto, visto che la barca è ancorata nella baia all’estremo sud.

Domenica. Zaino fatto alla velocità della luce, annunciamo al gruppo la nostra imminente partenza, ci rimangono un po’ male, ma comprendono e ci augurano buona fortuna. A me piace un sacco l’adrenalina che dà la partenza improvvisa. 

Al terminal degli autobus di Savu Savu diluvia, essendo giorno di festa è semi deserto, ma la fortuna sta dalla nostra parte perché l’unico bus presente va proprio a Labasa. 

Sballottate su e giù per le montagne interne per circa due ore, arriviamo in una cittadina fantasma. 

L’affittacamere che avevamo trovato in internet non esiste, o meglio, alla porta con grata a mó di prigione non risponde nessuno, ma  dato che l’aspetto non è molto invitante non insistiamo. Incuriositi da due ragazze (grazie per la ragazza) con in spalla due enormi zaini, i passanti ci offrono aiuto e ci indicano un hotel carino ed economico, tale Riverview. La camera è modesta, ma la vista sul fiume molto carina, e la zona ci appare tranquilla. 

Ci rifocilliamo in uno dei due ristoranti aperti la domenica, la scelta è tra Chicken House e The Lunch Box. Visto che non mangio carne, la mia scelta si riduce ad un solo ristorante, ed il menù offre comunque pollo o pizza al pollo. Che fantasia! Ordino l’unica cosa vegetariana: la pizza all’ananas. Eh lo so, sono cose difficili da accettare per noi italiani, mi spiace dirlo… ma non era affatto male!

La sveglia è puntata alle 6:00, quindi a nanna presto. Chiudiamo gli occhi verso le 22:00… Ma dopo un’oretta veniamo svegliate da fragorose risate ed una musica assordante. Noooo, una festicciola proprio nella casetta affianco alla nostra camera. Che sfiga!

Quindi, dopo bus – taxi – hotel – taxi – aereo – taxi – bus,  siamo finalmente giunte sull’isola di Viti Levu.

Kayak e pulizia della spiaggia

Valeda, io ed una delle bimbe, durante un afoso pomeriggio di metà novembre, abbiamo preso le canoe e fatto un’escursione in una piccola isoletta che si trova all’interno della baia di Savu Savu. Dalla barca, pagaiando tra le mangrovie, in poco tempo siamo giunte alla prima spiaggetta, e ci ho messo ancora meno a rendermi conto di quanta immondizia si annida tra i rami e le conchiglie. Pronti, via! … in cinque minuti abbiamo ripulito quest’angolo di paradiso, che dovrebbe restare incontaminato.  Quello nella foto il bottino raccolto: bottiglie di vetro e di plastica, lattine e tante confezioni di cibo.  In mare fluttuava un sacchetto di plastica che spesso i peschi di grosse dimensioni ingeriscono, scambiandoli per meduse, oppure i pesci piccoli rimangono intrappolati.

Una volta radunato tutto lo abbiamo carica a bordo e portato in discarica. Un ragazzo locale ci ha osservate, nascosto tra le piante… spero abbia tratto insegnamento dai nostri gesti.

Oh, questo sì che mi ha dato soddisfazione! Oltre alla pagaiata rilassante, ovviamente. 

L’isola verde

Nel mio immaginario pensavo che le Fiji fossero isole con lunghe spiagge di sabbia bianca, palme e mare turchese… quei tipici posti da Luna di Miele, ma per ora non ne ho vista nemmeno una così, anzi, la costa è piena di mangrovie e l’acqua tende al verde. Non fraintendetemi però, è un paesaggio bellissimo. La vegetazione lussureggiante ricopre l’intera isola, che ha una forma allungata e frastagliata, Vanua Levu è la seconda più grande dell’arcipelago ed ha una superficie di circa 5000km/q, con al centro alcuni promontori da cui si possono ammirare le numerose baie.

Una mattina di buon ora, Olivia ed io siamo scese a terra per cercare un minivan per fare un’escursione… trovarne uno per 14 persone non è stato semplicissimo, ma alle 10.30 eravamo già tutti a bordo, carichi di mango e banane, che qui crescono lungo la strada.

Prima tappa, un villaggio vicino ad un fiume, le donne sono intente ad intrecciare cesti e ventagli, i bambini giocano con un copertone appeso ad un albero lungo il fiume, io trovo subito un paio di cagnolini da spupazzare… loro lo sentono che li amo e mi seguono tra le casette colorate e la chiesetta ben curata, i materiali sono poveri, lamiera e compensato, ma mi stupisco di quanto siano tenute in maniera dignitosa. 

Da qui, un bel tuffo refrigerante in una fantastica cascata, ahh il clima è caldo umido… e durante il percorso nella “giungla” ci siamo beccati un bell’acquazzone, poi è uscito di nuovo il sole e lo scenario è stato magnifico.

Terza tappa: la foresta pluviale di Waisali. Un facile sentiero in loop di circa un’oretta ci porta all’interno della riserva naturale. Tra Costa Rica, St Lucia, Maui e Nuova Zelanda… di foreste pluviali ne ho viste molte, ma è sempre un trekking interessante da fare tra le mille specie di piante ed il silenzio rotto soltanto dal cinguettio di originali volatili.

Il miglior modo per terminare la serata è ammirare il tramonto, e noi lo facciamo da un piccolo pontile di legno, nella zona a nord dell’isola, vicino alla cittadina di Labasa. Sarebbe stato tutto perfetto… Se solo la Savannah non avesse fatto ascoltare a tutti un’orrenda canzoncina techno! 

Ohh, io sempre a lamentarmi 😂😋

In navigazione dalle Tonga alle Fiji

Partenza 3 novembre 2017

Ore 11.30 circa

Distanza tra l’isola di Vava’u dell’arcipelago di Tonga all’isola Vanua Levu alle Fiji:

400 miglia nautiche, circa 800 km

Peso barca con cambusa, carburante ed equipaggio composto da 12 adulti e 2 bambine: circa 200 tonnellate

Lasciamo Vava’u con una leggera pioggerella che ci accompagnerà per i primi due giorni di viaggio. Appena fuori dalla baia isssiamo il fiocco e randa, non ero abituata a questi pesi e misure, ci siamo dovuti impegnare in cinque da tanto era pesante! (Altezza fiocco 30 mt) Inoltre sul primo catamarano in cui ho lavorato per quattro mesi tra Grecia e Turchia era tutto elettronico, mi bastava premere un tasto col piedino per tirar su la vela e cazzare il fiocco…

Dopo qualche istruzione sulla sicurezza, ci comunicano gli orari in cui dovremo alternarci al timone, ed il mio primissimo turno capita di notte, che fortuna! Sono super concentrata per non perdere la bussola 😉 non avevo mai timonato una barca così grande e col buio la tensione raddoppia, ma appena prendo la mano mi rilasso… ah, qui tutto old style, zero pilota automatico.  Durante il turno di quattro ore siamo sempre in due, si timona per le prime due e nelle successive si fa assistenza a chi attacca dopo, ovvero bisogna controllare il monitor del radar (che non è sul ponte ma in coperta) per tenere la rotta giusta in caso cambiasse il vento, ascoltare i rumori sospetti esvegliare il capitano in caso di necessità, il quale ha sottolineato di voler essere chiamato per qualsiasi dubbio, anche stupido. Dorme più tranquillo se ogni tanto viene interpellato.

Io non ho mai sofferto il mal di mare, anzi adoro i dondolii, l’altalena, l’ottovolante, i vuoti d’aria, ho fatto bungee jumping ed un lancio col paracadute… Ma non avevo mai passato così tanto tempo in balia delle onde dell’oceano, al massimo ho navigato nel mediterraneo e tra gli arcipelaghi della costa australiana. Non me l’aspettavo, ma ammetto di aver passato il secondo giorno con lo stomaco sottosopra, impossibile leggere, scrivere ed anche stare ai fornelli è un tormento, ogni tot bisogna uscire a prendere una boccata d’aria. La notte in cabina si balla talmente tanto, che risulta difficile dormire sul fianco, perché si rischia di rotolare giù dal letto. 

Il vento soffia a circa 17 nodi, con raffiche a 23, la barca essendo pesante fa di media 7 nodi, viaggiamo di lasco e traverso, le onde sono piuttosto grandi ed ogni tanto invadono il ponte, per noi novellini tenere la rotta non è facile, tendiamo tutti ad andare un po’ a zig-zag.

Vaghiamo come zombie, sia per i diversi turni diurni e notturni, che per la nausea. Il terzo giorno sto facendo un riposino pomeridiano quando sento un vociare agitato, ha iniziato a piovere molto forte e la tasca creata dalla randa abbassata al terzo terzarolo si è riempita d’acqua, allo stesso tempo una raffica di vento ha lacerato una parte del fiocco che si deve quindi tirare giù in fretta, operazione al quanto complessa tra il diluvio e le raffiche. Restiamo fermi in mezzo all’oceano per circa tre ore per ricucire lo strappo.  Per fortuna è successo durante il giorno! …Manco a dirlo che verso mezzanotte sento gente correre sul ponte, la vela centrale si è riempita di nuovo, siamo nel bel mezzo di un nubifragio, di quelli potenti del pacifico del sud, secchiate d’acqua si riversavano sulla barca, al timone la ragazza francese, nel frattempo il capitano armato di coltello squarcia di proposito la randa per fa uscire litri e litri di pioggia, che ahimè entrano dai finestrini di prua, forse non chiusi bene oppure con le guarnizioni ormai consunte, ed inondando le scale che portano alla zona notte. Il diluvio non accenna a smettere, in un paio di cabine un rigolo d’acqua corre lungo le parteti, fino a bagnare il letto, la mia è tra queste, tampono con un asciugamano e cerco di riprendere sonno, ma strani scricchiolii e sgocciolamenti mi tengono sveglia, sappiamo bene come la mente riesca a viaggiare di notte. Mi scopro ad immaginare cosa portare in caso di dover abbandonare la “nave”, lo so che non bisogna portare nulla, ma ho pensato di salvare la scheda di memoria  della macchina fotografica, e se riesco anche la carta di credito, come sono venale!!

Durante il quarto giorno, senza aver mai incrociato nessun’altra imbarcazione, avvistiamo degli uccelli, mi domando quindi se ci sia della terra nei paraggi… Dopo un paio d’ore scorgiamo un atollo sulla barriera corallina, da non credere, nel centro è cresciuto un albero di noci di cocco!  Come i marinai del Bounty vorremmo raggiungerlo per mettere i piedi sulla sabbia, ma dovremmo perdere diverse ore per arrivare nella parte accessibile (acque calme ma fondale abbastanza profondo per il nostro scafo) invece approfittiamo del vento che soffia nella direzione giusta per condurci a Savu Savu in tempi brevi. 

Quinto giorno di mare, mancano poche ore lla terra promessa, il sole splende e stiamo tutti molto meglio, c’è chi suona l’ukulele e chi legge, io sto addirittura scrivendo quest’articolo, alla fine il corpo si abitua a tutto! Però sinceramente mi sto un po’ annoiando, pensavo di amare il mare aperto, ma navigare tra gli arcipelaghi, ammirando il panorama della costa, fermarsi a fare i bagni e dormire nelle baie lo preferisco. Che scoperta, Eh?!  😉

Addio Vava’u

Ahh finalmente si parte! Cioè, non è che sia stata ferma gran che… sono arrivata 4 giorni fa nell’isola di Vava’u e già stavo fremendo, non riesco proprio a star tranquilla.

Le manovre d’attracco in banchina per fare carburante non sono semplicissime con una barca da 120 piedi (circa 40 mt) ma siamo stati tutti bravissimi, e la cosa è durata un bel po’ dato che mi pare d’aver capito che il serbatoio ha una capacità di 600 lt. Dopo aver caricato le ultime scorte di frutta e verdura ed aver concluso le pratiche burocratiche per l’uscita dal regno di Tonga ci siamo diretti verso il largo.

Ci aspettano circa 7 giorni di navigazione per raggiungere l’arcipelago delle Fiji.

Nel pomeriggio ha smesso di piovere, il tramonto ci ha regalato uno spettacolo fantastico e ha reso tutti gli animi sereni, un bicchiere di vino, una birra o un sidro hanno accompagnato la fine della giornata.

All’equipaggio esistente si è aggiunta una coppia (lei francese, lui australiano) con gli altri ormai sto prendendo confidenza, forse in qualche articolo fa son stata fraintesa, non è che non mi piacciano le persone a bordo, tutt’altro, il problema è che non sono abituata a vivere con… anzi a condividere la quotidianità con altri, sono un tipo solitario, che ama ascoltare il silenzio, e forse sono troppo vecchia per cambiare abitudini. Però potrebbe anche essere una sfida che devo affrontare, mettermi in gioco per aprire la mente verso altri modi di vivere, senza spazientirsi, senza pregiudizi e limiti. 

Veleda (che si pronuncia Vileda come i prodotti di pulizia) è un ingegnere aerospaziale di Denver, che ha deciso di licenziarsi per dedicarsi al settore energia alternativa, ma solo dopo aver trascorso un anno sabbatico in giro per il mondo. Dany, un avvocato, anche lei ha mollato il lavoro e sta viaggiando da un anno e mezzo, Savannah, la 17enne californiana, sta studiando a bordo ed ha in mente un progetto da portare nelle scuole per sensibilizzare i suoi coetanei ai problemi d’inquinamento del pianeta.

Insomma, mi sembra di capire che ci sono tante persone che non sono più disposte a vivere una vita insoddisfacente, piuttosto lasciano lavori ambiti per cercare un qualcosa che li renda più responsabili ed attivi.

Se ognuno di noi ogni anno raccogliesse 20kg di spazzatura dalle spiagge, mari e campagne, in 10 anni la Terra sarebbe ripulita, purtroppo però la gente tende a pensare di non fare la differenza… Speriamo di riuscire a coinvolgere più persone possibili in progetti di salvaguardia dell’ambiente e che questo modo di vivere diventi contagioso.

Save the Planet 😊

Mariner’s cave

Terzo giorno, sinceramente devo guardare il calendario per vedere che giorno è… 30 ottobre, lunedì.

Stamattina son stata svegliata da rumori vari sopra la mia testa, ho riconosciuto le corse dei bimbi… Poi ho realizzato di avere la cabina proprio sotto la cucina, in cui il capitano di buon’ora si era messo a sfornare pane e focacce. Mi alzo quando sento suonare una campanella che annuncia il rancio, no scusate, la colazione. Oggi ottima focaccia calda accompagnata da .. diciamo un insalata di pomodori, peperoni, cetriolo conditi, anzi sconditi con aneto fresco. Faccio il bis perché il programma prevede un’uscita in gommone per  fare snorkeling. Piove, il cielo è grigio e poco invitante. Inoltre scopro che l’unico essere vivente con cui ho fatto amicizia, ovvero il gatto, sta per essere adottato da una famiglia residente sull’isola di Vava’u, in vista della loro futura traversata artica.

Una volta in mare il mio umore migliora nettamente, il panorama è spettacolare, anche se il tempo fa schifo. 

Apro parentesi, l’arcipelago di Tonga è formato da circa 170 isole, e quella in cui siamo ora è a forma di ferro di cavallo, quindi ha una baia molto protetta, ideale per fermarsi con le barche, circondata da centinaia di piccoli atolli verdi disabitati perché quasi totalmente rocciosi con scogliere a picco sul mare, la fitta vegetazione ricopre la parte alta, grige rocce frastagliate s’infrangono nelle acque cristalline, la parte immersa viene erosa dalla mareggiate e dona loro quella tipica forma a fungo.

Siccome pioveva non ho fatto nemmeno una foto, perché quel “possessivo” di mio figlio Riccardo non mi ha voluto prestare la sua fotocamera subacque, ma Tim ha fatto dei video, che spero di riuscire a caricare.

Ci siamo immersi in free diving (senza bombole) in una grotta con accesso sotterraneo (orgogliosa di essere stata l’unica donna del gruppo a farlo) bisognava scendere per un paio di metri e poi nuotare in orizzontale per altri otto prima di poter emergere, l’unica mia paura era di non vedere l’uscita verso l’aria dato che non era illuminata dalla luce del sole, stupita dalle mie prestazioni respiratorie, di solito molto scarse, me la sono cavata egregiamente, l’aria nella grotta era umida ed ogni tanto il vapore era talmente fitto da non riuscire a vedere le pareti.

Poi un po’ di snorkeling sulla barriera corallina, con esemplari blue e viola, tanti pesciolini ed il solito squalo che io non vedo, ma forse meglio così. Anche l’anno scorso in Australia la mia amica Fedra mi avrà chiesto agitata almeno dieci volte “Hai visto lo squalo?” Ed io chissà da che parte guardavo.

Con il gommone, sulla via del ritorno, siamo entrati in un paio di grotte con l’apertura sia verso il mare che verso il cielo, dove tantissimi uccelli e pipistrelli fanno il nido. 

Rientrata in barca, con una nuova arrivata, mi metto ai fornelli per preparare una ratatouille, per una degna conclusione di giornata. 

Rettifico, l’ho lasciata un attimo da sola e ha aggiunto ceci, olive e aceto balsamico… Ma nooooo!

Comunque, non fraintendetemi, scrivo articoli ironici, ma condivido appieno lo spirito ecologista ed il progetto di salvaguardia ambientale che andremo ad intraprendere.

🌎🏞️🌍🏝️🌏

Nota: le foto le ho scaricate da internet.

Ecco il link al video di Tim Charody

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10159595695480716&id=748590715

Raggiungere l’arcipelago di Tonga


​Arrivare a Tonga, diciamolo, non è una passeggiata. Occorrono circa quattro giorni, combinando bene le coincidenze aeree.

I seguenti sono i voli che ho preso io per una spesa totale di circa 900€:

Cagliari-Milano 1 ora

Milano-Muscat 6 ore

Muscat-Kuala Lumpur 7 ore

Kuala Lumpur-Sydney 8 ore

Sydney-Nadi (Fiji) 4 ore

Nadi-Vava’u (Tonga)2 ore

Il primo volo notturno era strapieno, fortunatamente nel secondo ho trovato una fila da 4 posti libera, e con grande gioia mi son sdraiata.

Di solito per riuscire a dormire un po’ prenoto sempre il posto finestrino e mi porto una felpa in più per appallottolarla contro la parete, oltre al cuscino che non basterebbe. Al momento della scelta del posto cerco una zona vuota, anche se molto in fondo (tanto non mi interessa scendere per prima) nella speranza che non si riempia, per potermi spostare prima del decollo, ovvero prima che lo faccia qualcun altro. 😉

Nei voli successivi non sono stata così fortunata, dopo tre giorni ho ancora il jet leg e mi sveglio sempre alle due di notte, senza riuscire a riprender sonno.

Ora sono arrivata su Infinity, è ormeggiata nella baia di fronte al paese, alle spalle una fitta vegetazione tropicale, l’isola è verdissima, c’è caldo umido, mi sento un po’ spaesata, ma sarà la stanchezza…

Sarei andata a dormire già nel pomeriggio, ma qui a Tonga il mio telefono non prende, nessuna rete telefonica, quindi sono scesa a terra per cercare connessione in un bar, visto che domani dovremmo prendere il largo e chissà quando riuscirò a dare notizie.

Ciao da Vava’u Island.

Gallery

Madeira, l’isola dai mille volti

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Camara do Lobos

Come consuetudine, arrivo di notte senza aver prenotato un posto per dormire: ormai è diventata una sfida! Ma prima ancora di avventurarmi alla ricerca di un letto devo noleggiare un’auto, fortunatamente l’aeroporto è ben attrezzato e la cosa si conclude in modo molto semplice ed economico.

Cerco l’ostello per le vie di Funchal senza successo, le persone a cui chiedo informazioni non conoscono né la via né il posto. Dopo aver girato a vuoto per un tot di tempo decido di prendere la strada per Jardim do Mar, la mia prima destinazione. Immagino di dover bivaccare in auto lungo la strada, che dalla mappa appare assai lunga e tortuosa ma che invece è inaspettatamente scorrevole e molto velocemente giugno a destinazione. Arrivo comunque a notte inoltrata, fortunatamente il paesino è molto vivace e non ho difficoltà a trovare un B&B aperto. La gentile ed ospitale Signora Cecilia mi accoglie con un grande sorriso e mi offre subito una bevanda calda.

Mi alzo presto per non perder tempo e cominciare a vagabondare senza una meta precisa… L’isola è spettacolare, offre panorami d’inestimabile bellezza: foreste, gole, cascate, piscine naturali, fiori e frutti tropicali, monti, baie e cittadine storiche ricche di chiese e di monumenti. Mai vista una così ampia varietà di paesaggi!

E’ un autentico paradiso, meta di surfisti professionisti, con uno degli spot più famosi al mondo, ma luogo ideale anche per gli appassionati di trekking ed escursioni che avranno a Madeira solo l’imbarazzo della scelta.

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Inserisci una didascalia

Chi poi ha qualche nozione di geologia, scoprirà un sacco di cose interessanti sull’origine e la successiva trasformazione dell’isola.

Erroneamente ritenuta da molti un’isola delle Azzorre, Madeira fa parte di un arcipelago di origine vulcanica con un’attività oggi completamente estinta, che comprende anche Porto Santo e due gruppi di isole disabitate: le Desertas e le Selvagens, riserve ornitologiche.

La catena montuosa centrale forma una barriera protettiva contro il freddo ed i venti umidi del nord-est quindi la costa meridionale gode di un clima subtropicale più moderato.

Proprio per via del clima l’isola ha una vegetazione estremamente varia e rigogliosa.

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Costa nord

La costa settentrionale è più freddina e piovosa, ma è anche la più scoscesa, i faraglioni e le stupende scogliere, con occasionali cascate naturali e dirupi sull’oceano, vi ripagheranno dell’eventuale mal di stomaco dovuto alle curve. Per ammirare tutto ciò è meglio percorrere la vecchia strada panoramica ad un solo senso di marcia, da São Vicente verso Porto Moniz; piccolo paesino famoso per le particolari piscine naturali formatesi nella roccia vulcanica, che ricambiano l’acqua con onde e maree.

Fortunatamente negli ultimi anni sono state create gallerie e strade a scorrimento veloce che permettono di percorrere l’isola in pochissimo tempo, per esempio dal caratteristico paesino di Jardim do Mar, che si trova a sud ovest, alla Ponta São Lourenço, estremo est, s’impiegano circa 45 minuti.

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Ponta San Lorenzo

Ho capito subito che su quest’isola non si può star fermi un solo giorno, ci sono migliaia di luoghi incantevoli da scoprire, difatti sono riuscita a fare più di 2000 km in 16 giorni!

Tenendo come base Jardim do Mar ogni giorno ho esplorato posti diversi, per esempio andando verso Achada da Cruz mi sono addentrata in una specie di foresta pluviale, stavo ammirando le folte piante che avvolgono la strada e i giganteschi fiori tropicali che crescono spontaneamente ovunque, quando all’improvviso una pioggia torrenziale mi ha sorpresa all’uscita di una galleria, dopo circa 5 minuti e pochi chilometri ecco lo spettacolo mozzafiato che ci si è presentato: un coloratissimo arcobaleno stagliato tra il mare e un promontorio verde di costa spiovente, con tanto di suggestivo faro bianco, una vista che ricorda i paesaggi irlandesi ma con l’aggiunta di tantissime piante di fichi d’india!!! E’ Ponta do Pargo.

In diversi punti dell’isola ci sono delle bellissime terrazze panoramiche create per godere della spettacolare vista dalle scogliere a strapiombo sul mare; oltre al famoso Cabo Girao, la seconda falesia più alta del mondo (580mt), c’è anche l’incantevole Achada da Cruz, dotata anche di un teleferico che scende sino giù al mare in una spiaggia di ciottoli.

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Cabo Girao

Madeira è un’isola veramente imprevedibile, un giorno avevo programmato di andare al mare sulla costa a nord-est dell’isola e, tutto d’un tratto, mi sono ritrovata nel bel mezzo di un altopiano, muschio verde chiaro che ricopre tutto, qualche mucca qua e là e un’aria frizzantina che mi ricorda che è ancora invero; ero giunta a Paùl da Serra a più di 1.000 mt d’altezza.

dscn1699Proseguendo per il centro dell’isola, dove la strada costeggiata da piccoli pioli bianchi, è immersa in un arido deserto roccioso, si giunge al Pico do Arieiro (mt 1818), il passo montano più alto e seconda cima di Madeira. Il belvedere panoramico con vista a 360° e le rocce marroni-rossastre avvolte da una nebbiolina rendono l’atmosfera ancora più suggestiva. La vetta più alta è invece il Pico Ruivo de Santana (mt 1862), raggiungibile solo a piedi in circa 4 ore di camminata.

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Pico do Arieiro

Girovagando qua e là non potrete non notare le “levadas”, antiche condutture la cui costruzione fu iniziata secoli fa,  che formano un sistema di irrigazione sviluppato per distribuire in modo efficace l’acqua piovana e l’acqua delle sorgenti dalle regioni più umide a quelle più secche.

Suggerirei di fare un salto anche a Santana, piccolo villaggio noto per le sue antiche casette coloratissime, triangolari e dal tetto di paglia. E già che siete lì fatevi un bel giretto a piedi nei paesi di Porto da Cruz e Faial, per gustarvi un bel bicchiere di Madeira!

Lungo tutta la costa meridionale ci sono diversi paesini di pescatori con case multicolori arroccate intorno alla baia e al porticciolo, i caratteristici e tortuosi vicoli pedonali consentono di scoprire angolini molto pittoreschi, da vedere Madalena do Mar, Ponta do Sol e Santa Cruz ma in particolare mi sono innamorata di Câmara de Lobos, come era accaduto negli anni ‘50 a Sir Winston Churchill che era solito dipingere sul terrazzo della sua villa, ammirando l’andirivieni delle coloratissime barche nel porto. L’ideale è andarci al tramonto per assaporare i particolari ed imperdibili cocktails, tipici del paese ed introvabili nel resto dell’isola:  Pè de Cavra: vino rosso, birra scura e cacao in polvere – Nikita: vino bianco, birra chiara, gelato alla vaniglia e ananas. Un suggerimento: non provate a farli al ritorno in Italia, il mio tentativo è risultato disastroso, ci dev’essere senza dubbio una grande perizia nel dosaggio degli ingredienti!

All’estremo est, oltrepassando Machico, una cittadina storica che si affaccia sul mare, si arriva alla Ponta São Lourenço, una bella camminata di circa 3 ore consente di percorrere la penisola fino alla punta estrema, costeggiando le alte scogliere, immersi in un Parco Naturale ricco di svariate specie di uccelli e di scenografiche stratificazioni di colate laviche. Qui le onde atlantiche hanno messo alla luce ciò che tantissimo tempo fa si trovava all’interno dei vari apparati vulcanici che costituiscono l’isola, in particolare affascinano le scure intrusioni basaltiche sulle rocce più friabili rosso fuoco.

Ma se ad un certo punto, tutta questa lussureggiante natura dovesse stufarvi e avvertiste l’esigenza di un’attiva vita mondana, Funchal è quello che fa per voi. Capoluogo dell’isola, con uno dei più festosi carnevali d’Europa, gode di un’animatissima vita notturna, il centro storico pullula di locali di tutti i tipi e per tutti i gusti, ma non mancano belle case e chiese con porte e finestre incorniciate di basalto nero in tipico stile Manuelito, ed austeri edifici in tufo e lava viola, strade di ciottoli, piazzette, parchi ed esuberanti giardini sul mare.

Con questo racconto spero di avervi trasmesso tutta la positività e l’energia che mi ha regalato questo viaggio su un’incantevole isola che racchiude un intero continente.

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INFO GENERICHE:

Madeira è un isola Portoghese, situata a circa 1.000 km a sudovest di Lisbona e a 545 km dalle coste del Marocco, si estende da est ad ovest per 57 Km, e da nord a sud per 22 Km. Temperatura oscilla tutto l’anno tra i 16 e i 25 gradi. Capoluogo: Funchal –  Superficie: 741 kmq – Popolazione: 260.000 Ab.