Iniziare un nuovo sport a cinquant’anni suonati

​In questi giorni ho preso le mie prime lezioni di kite surf.

Pausa.

Ma cosa diavolo mi è venuto in mente?!

Non sono mai stata una grande sportiva, spericolata sì, ma nulla che si avvicini ad un’atleta …

Sono una di quelle persone che inizia mille sport e non ne perfeziona nessuno. 

La palestra non la sopporto, correre poi… mi fa proprio schifo, quindi non ho nemmeno una preparazione fisica di base, diciamo che più che altro mi piace stare all’aria aperta e far finta di fare uno sport 😉

Da piccola ricordo che alle scuole elementari avevo iniziato un corso di ginnastica artistica, tutta gasata pensavo di fare le evoluzioni sulle parallele, invece dopo un po’ mi sono resa conto che era ginnastica ritmica, quella roba con i nastrini e le palline… Ma daiiii, è toccato proprio a me che sono negata con la palla, che tutte le volte che passeggio in un parco mi arriva una pallonata in faccia, ma se tento di prenderla con le mani o coi piedi la manco… E quando voglio lanciare una pallina al cane, poveretto, o lo centro o la tiro ad un metro dai miei piedi. Quindi no, nessuno sport con la palla, grazie.

Ah poi alle scuole medie ho tentato la strada dell’atletica leggera, pesavo 42 kg per 167cm, con il salto in alto me la cavavo piuttosto bene, avrei anche potuto gareggiare con Sara Simeoni, ma mia mamma era un tipo molto apprensivo e aveva paura che mi venisse la broncopolmonite ad allenarmi d’inverno all’aria aperta nella nebbiosa provincia milanese, quindi fine della mia carriera da altista.

Alle superiori ormai avevo rinunciato a qualsiasi forma di esercizo fisico ed ho adottato la scusa del ciclo perenne per evitare le settimanali partite di pallavolo durante le ore di educazione fisica.

Soltanto verso i trent’anni mi sono riavvicinata di botto a tutti gli sport da tavola, dal surf da onda, allo skateboard e snowboard.

I risultati non è che siano stati buoni, cioè per gli ortopedici sì, piuttosto vantaggiosi.

Nel 2004 mi sono lesionata il crociato andando in skateboard… andando? … diciamo pure cadendo.

Nel 2005 dopo un fantastico salto con lo snowboard sulle piste di Prato Nevoso, ho sentito un crick: malleolo incrinato. 

Con il surf ho iniziato nel ’99 a viaggiare nelle più famose destinazioni surfistiche mondiali: Biarritz, Bali, Panama, Canarie, Madeira, Mundaka, Hawaii, Australia … 

Nooo, cosa avete capito? Ho solo fatto tante foto con la tavola da surf sottobraccio in tutte queste località… Però prima mi pucciavo in mare per apparire più veritiera. Dai scherzo, qualche onda l’ho presa solo che è uno sport faticosissimo e se come me non fai nessun tipo di allenamento e hai le braccine fatte di mozzarella, non è che puoi aspettarti più di tanto.

Quindi dov’ero rimasta? Ah sì, come mai ho iniziato a fare kite all’alba dei 52 anni.

Beh, primo, perché sto lavorando su un catamarano che fa crociere per kiters ai Caraibi, i luoghi sono altamente invitanti: poca gente, acqua calda e cristallina.

Secondo, il mio fidanzato ha tutta l’attrezzatura necessaria ed anche la pazienza per farmi da istruttore… Poi vedremo se la perderà. Per ora se sbaglio qualcosa rispondo che non avevo capito… Sai com’è, lui è inglese e parla stretto stretto, mi urla dal gommone le manovre da fare, ma col vento, il motore etc etc… Non sento bene. 😉 Chettelodicoafare?!

Ora siamo alla quarta lezione, le prime tre son servite ad avere completo controllo della vela, il cosiddetto kite, con cui ho imparato a spostarmi in acqua trascinando il mio corpo come un sacco di patate (si chiama body dragging). Oggi invece ho provato a mettere i piedi sulla tavola, mantenendo il kite nella posizione giusta per poi partire. Ecco, diciamo che la partenza c’è, però poi mi schianto tristemente sul pelo dell’acqua, ho bevuto più oggi che al mio matrimonio! 

Per non parlare del dolore alle costole per via del trapezio che mi strizza come fossi una dama del ‘700 col bustier.

Insomma, se sopravvivo vi aggiorno sui miei eventuali miglioramenti… Anche se non ve ne può fregà de meno. 😂

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Che l’avventura caraibica abbia inizio!

Caspita, sono stata catapulta in questa nuova realtà e mi sono dimenticata di avere un blog. Il volo, anzi i voli dall’Australia a St Lucia sono stati 4, per un totale di 44 ore di viaggio, andando indietro nel tempo, quindi sono partita l’otto dicembre verso l’ora di pranzo e sono atterrata alle 15.30 del nove dicembre,  incluso un pernottamento a Dallas. Dopo quattro giorni non ho ancora preso il ritmo sonno-veglia giusto, anche se durante il giorno ho già iniziato a lavorare e quindi dovrei essere stanchina.


Mi trovo a bordo di un bellissimo catamarano di circa 14 mt, attrezzato appositamente per vacanze per kite surfers. Ora siamo a Rodney Bay Marina per terminare alcuni lavoretti di manutenzione ordinaria. I primi clienti arriveranno alle Grenadine a fine dicembre, quindi ho tempo per fare pratica con la cucina e conoscere la barca, poi, durante la traversata, provare le manovre, ma non dovrebbe essere difficile perché mi sembra molto simile agli altri due catamarani su cui ho già lavorato.

Quindi, pronti, partenza… Via!!

E adesso dove vado?

Ecco. Sono di nuovo al punto di partenza. Scrivo direttamente qui la mia situazione attuale per cercare di fare chiarezza e trovare una direzione.

Punto primo. Non ho voglia di ritrovarmi a passare il Natale e Capodanno (festività che odio) in casa di qualche host, in qualsiasi parte del mondo.

Punto secondo. Se non decido in fretta dove andare i prezzi dei voli lieviteranno per via delle feste, anzi mi sa che saranno già alti.

Dalla Cambogia nessuna news, ho contattato almeno otto hosts, tra ostelli, una barca che fa escursioni giornaliere ed un ristorante, per ora ho ricevuto solo due risposte, negative, perché hanno già trovato personale. 

Avrei delle offerte come “helper” in Australia, ma in località estremamente remote, nel mezzo del nulla…  senza auto, finirei bloccata lì.

Potrei anche tornare in Europa ed iniziare a “lavorare” su un progetto di business che ho in mente da un po’… Ma mi servirebbe un socio. 

“Pling pling” C’è posta per me.

Prima mail: un contatto di Workaway. Mi scrivono quelli della barca che fa escursioni giornaliere  a Sihnanoukville. Non è chiaro il tipo di lavoro che dovrei fare ed in cambio mi offrono solo una sistemazione per la notte, tenda o amaca… Vabbè, è già qualcosa.

Vediamo l’altra mail: arriva dal sito Find a Crew, una vera e propria offerta di lavoro. Un catamarano ai Caraibi che fa charter per kite surfers, cerca hostess di bordo/cuoca…un po’ lontanuccio, ma fisso comunque il colloquio su Skype. Mezz’ora di chiacchierata, il capitano ed io siamo sulla stessa linea d’onda. In realtà io non stavo cercando nessun lavoro, ma il programma è molto allettante. Affare fatto! Il mare mi chiama ed io lo seguo.

In questo preciso momento sto andando in aeroporto per prendere tre aerei che mi porteranno in “sole” 42 ore (ahh) sull’isola di Santa Lucia… Proprio dove sono stata poco più di un anno fa. Ma chi immaginava di ritornarci! Son partita per Tonga e Fiji, e dopo nemmeno due mesi mi ritrovo nel lato opposto del mondo.

Da ora in avanti iniziano le mie avventure su Meercat, l’unico catamarano certificato specializzato in viaggi per appassionati di kite surf, organizzati da Zenith Ocean Voyages.

Vi aggiornerò al più presto, connessioni caraibiche permettendo.

Ciaoooo 🙂

http://www.zenithoceanvoyages.net/

Kayak e pulizia della spiaggia

Valeda, io ed una delle bimbe, durante un afoso pomeriggio di metà novembre, abbiamo preso le canoe e fatto un’escursione in una piccola isoletta che si trova all’interno della baia di Savu Savu. Dalla barca, pagaiando tra le mangrovie, in poco tempo siamo giunte alla prima spiaggetta, e ci ho messo ancora meno a rendermi conto di quanta immondizia si annida tra i rami e le conchiglie. Pronti, via! … in cinque minuti abbiamo ripulito quest’angolo di paradiso, che dovrebbe restare incontaminato.  Quello nella foto il bottino raccolto: bottiglie di vetro e di plastica, lattine e tante confezioni di cibo.  In mare fluttuava un sacchetto di plastica che spesso i peschi di grosse dimensioni ingeriscono, scambiandoli per meduse, oppure i pesci piccoli rimangono intrappolati.

Una volta radunato tutto lo abbiamo carica a bordo e portato in discarica. Un ragazzo locale ci ha osservate, nascosto tra le piante… spero abbia tratto insegnamento dai nostri gesti.

Oh, questo sì che mi ha dato soddisfazione! Oltre alla pagaiata rilassante, ovviamente. 

In navigazione dalle Tonga alle Fiji

Partenza 3 novembre 2017

Ore 11.30 circa

Distanza tra l’isola di Vava’u dell’arcipelago di Tonga all’isola Vanua Levu alle Fiji:

400 miglia nautiche, circa 800 km

Peso barca con cambusa, carburante ed equipaggio composto da 12 adulti e 2 bambine: circa 200 tonnellate

Lasciamo Vava’u con una leggera pioggerella che ci accompagnerà per i primi due giorni di viaggio. Appena fuori dalla baia isssiamo il fiocco e randa, non ero abituata a questi pesi e misure, ci siamo dovuti impegnare in cinque da tanto era pesante! (Altezza fiocco 30 mt) Inoltre sul primo catamarano in cui ho lavorato per quattro mesi tra Grecia e Turchia era tutto elettronico, mi bastava premere un tasto col piedino per tirar su la vela e cazzare il fiocco…

Dopo qualche istruzione sulla sicurezza, ci comunicano gli orari in cui dovremo alternarci al timone, ed il mio primissimo turno capita di notte, che fortuna! Sono super concentrata per non perdere la bussola 😉 non avevo mai timonato una barca così grande e col buio la tensione raddoppia, ma appena prendo la mano mi rilasso… ah, qui tutto old style, zero pilota automatico.  Durante il turno di quattro ore siamo sempre in due, si timona per le prime due e nelle successive si fa assistenza a chi attacca dopo, ovvero bisogna controllare il monitor del radar (che non è sul ponte ma in coperta) per tenere la rotta giusta in caso cambiasse il vento, ascoltare i rumori sospetti esvegliare il capitano in caso di necessità, il quale ha sottolineato di voler essere chiamato per qualsiasi dubbio, anche stupido. Dorme più tranquillo se ogni tanto viene interpellato.

Io non ho mai sofferto il mal di mare, anzi adoro i dondolii, l’altalena, l’ottovolante, i vuoti d’aria, ho fatto bungee jumping ed un lancio col paracadute… Ma non avevo mai passato così tanto tempo in balia delle onde dell’oceano, al massimo ho navigato nel mediterraneo e tra gli arcipelaghi della costa australiana. Non me l’aspettavo, ma ammetto di aver passato il secondo giorno con lo stomaco sottosopra, impossibile leggere, scrivere ed anche stare ai fornelli è un tormento, ogni tot bisogna uscire a prendere una boccata d’aria. La notte in cabina si balla talmente tanto, che risulta difficile dormire sul fianco, perché si rischia di rotolare giù dal letto. 

Il vento soffia a circa 17 nodi, con raffiche a 23, la barca essendo pesante fa di media 7 nodi, viaggiamo di lasco e traverso, le onde sono piuttosto grandi ed ogni tanto invadono il ponte, per noi novellini tenere la rotta non è facile, tendiamo tutti ad andare un po’ a zig-zag.

Vaghiamo come zombie, sia per i diversi turni diurni e notturni, che per la nausea. Il terzo giorno sto facendo un riposino pomeridiano quando sento un vociare agitato, ha iniziato a piovere molto forte e la tasca creata dalla randa abbassata al terzo terzarolo si è riempita d’acqua, allo stesso tempo una raffica di vento ha lacerato una parte del fiocco che si deve quindi tirare giù in fretta, operazione al quanto complessa tra il diluvio e le raffiche. Restiamo fermi in mezzo all’oceano per circa tre ore per ricucire lo strappo.  Per fortuna è successo durante il giorno! …Manco a dirlo che verso mezzanotte sento gente correre sul ponte, la vela centrale si è riempita di nuovo, siamo nel bel mezzo di un nubifragio, di quelli potenti del pacifico del sud, secchiate d’acqua si riversavano sulla barca, al timone la ragazza francese, nel frattempo il capitano armato di coltello squarcia di proposito la randa per fa uscire litri e litri di pioggia, che ahimè entrano dai finestrini di prua, forse non chiusi bene oppure con le guarnizioni ormai consunte, ed inondando le scale che portano alla zona notte. Il diluvio non accenna a smettere, in un paio di cabine un rigolo d’acqua corre lungo le parteti, fino a bagnare il letto, la mia è tra queste, tampono con un asciugamano e cerco di riprendere sonno, ma strani scricchiolii e sgocciolamenti mi tengono sveglia, sappiamo bene come la mente riesca a viaggiare di notte. Mi scopro ad immaginare cosa portare in caso di dover abbandonare la “nave”, lo so che non bisogna portare nulla, ma ho pensato di salvare la scheda di memoria  della macchina fotografica, e se riesco anche la carta di credito, come sono venale!!

Durante il quarto giorno, senza aver mai incrociato nessun’altra imbarcazione, avvistiamo degli uccelli, mi domando quindi se ci sia della terra nei paraggi… Dopo un paio d’ore scorgiamo un atollo sulla barriera corallina, da non credere, nel centro è cresciuto un albero di noci di cocco!  Come i marinai del Bounty vorremmo raggiungerlo per mettere i piedi sulla sabbia, ma dovremmo perdere diverse ore per arrivare nella parte accessibile (acque calme ma fondale abbastanza profondo per il nostro scafo) invece approfittiamo del vento che soffia nella direzione giusta per condurci a Savu Savu in tempi brevi. 

Quinto giorno di mare, mancano poche ore lla terra promessa, il sole splende e stiamo tutti molto meglio, c’è chi suona l’ukulele e chi legge, io sto addirittura scrivendo quest’articolo, alla fine il corpo si abitua a tutto! Però sinceramente mi sto un po’ annoiando, pensavo di amare il mare aperto, ma navigare tra gli arcipelaghi, ammirando il panorama della costa, fermarsi a fare i bagni e dormire nelle baie lo preferisco. Che scoperta, Eh?!  😉

Una pseudo surfista milanese a Panama

Correva il lontano 2001 ed una viaggiatrice solitaria si accingeva ad esplorare uno stato del Centro America.
Condivido l’articolo che scrissi all’epoca per un paio di riviste di settore. E’ un diario di viaggio tragi-comico.

 

Parto sola, senza guida e senza mappa, ho preso qualche info su internet… ma più che altro chiederò in giro, vediamo che succede.

15 dicembre Il viaggio inizia più che bene: all’aeroporto di Madrid un ragazzo italiano nato e residente a Managua, mi invita in Nicaragua per il prossimo surf trip, accetto volentieri!

Dopo 22 ore dalla partenza, inclusa una tappa a Miami con perquisizione tipo talebana, arrivo a Panama City; sono le 4 del mattino, nell’attesa che si faccia giorno dormo (si fa per dire) in una specie di cabina del telefono. Alle 5,30 lo stridere di uno stormo di uccellacci neri mi fa da sveglia e mi dirigo verso il terminal dei bus, destinazione Oceano Pacifico (El Palmar, San Carlos). Due ore di strada, sottofondo “salsa e merengue”, aria condizionata e solo 2 dollari di spesa: eccomi arrivata, fresca come una rosa, al Coconut Surf Camp. E’ domenica e l’enorme e bianca spiaggia di fronte al camp è super affollata dai surfisti locali. Il fondale è sabbioso, bassa marea, onde medie perfetto per una schiappa come me. Dalle 4 del pomeriggio la marea sale e la potenza delle onde mi schiaccia sulla battigia, meglio uscire e fare qualche foto. Mentre cerco di tornare al camp non mi accorgo che il percorso che ho fatto all’andata è quasi tutto sommerso dall’acqua, penso di fare in tempo a passare rasente un muro, tra un’onda e l’altra, ma vengo acchiappata!! …e io furba avevo la borsa coi soldi e la macchina fotografica. Me la cavo con un livido su un piede e qualche dollaro da stendere ad asciugare.

17 dicembre E’ lunedì, sono praticamente sola, non ci sono turisti e i locals sono al lavoro. Squid, il figlio dei proprietari del camp, mi presta una sua tavola e mi porta in giro per i più famosi spot della zona. Due giorni centrifugata dalle onde di El Palmar per ora possono bastare, cambio località: sempre Oceano Pacifico ma più a Nord, vado a Santa Catalina.

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18 dicembre 1° bus direzione Santiago: pulitissimo, TV ed aria condizionata. 2° bus per Sonà: più piccolo ma sempre confortevole, c’è un passeggero con una gallina… vabbè; 3° bus per Santa Catalina: è un furgoncino pieno zeppo di Indios con tantissimi figli, mi ritrovo con una bimba in braccio, la signora al mio fianco è scalza e sta allattando un neonato ricoperto di punture di insetti, un bimbo vomita … aiuto! Si mette a piovere, il mio zaino è sul tetto, ma la cosa peggiore è che questa famosa Santa Catalina non arriva mai, sono più di 2 ore che siamo in mezzo alla giungla, le strade asfaltate ormai sono un ricordo; mi sorge un dubbio: forse esistono 2 Santa Catalina e io sto andando in quella sui monti?! No, finalmente ci siamo, comincio a vedere insegne di Surf Camp, auto con tavole da surf, il mare! Scendo e per prima cosa prendo una cabana a due passi dalla spiaggia, da Rolo (famoso surfista della zona). Ho una fame che muoio, davanti ad un bel piatto di gamberetti e riso conosco praticamente tutti gli abitanti ed i turisti presenti a Santa Catalina in questi giorni: 2 argentini, 2 tedeschi, 6 americani, 2 israeliani e poi Tito e Sammy che gestiscono due dei Surf Camp. Non potevano mancare gli italiani: Davide e suo padre si sono trasferiti qui da Roma alcuni anni fa; hanno aperto un bellissimo surf camp sulla spiaggia di Estero, proprio a fianco del famoso Punta Brava Point Break; immerso in un parco di palme e altre piante tropicali, il nome “Oasis” non è un caso. Poi ci sono Alessandro e Paola di Sestri Levante che hanno aperto il “Jamming”, perfetto ritrovo per un dopo surf serale davanti ad una pizza ed una birra.

19 dicembre Santa Catalina è composta da un tot di case sparse nella foresta, un market e qualche surf camp, la pace regna sovrana. Oggi il cielo è coperto, c’è una pioggerellina noiosa, fino a metà pomeriggio c’è bassa marea, mi dondolo sull’amaca del Punta Brava e gioco con Pullosa (una cagnetta pulciosa). Tito mi parla dei “suoi” spot panamensi, gli israeliani ci raccontano di come vivono il surf e di quanto sono care le tavole nel loro paese, poi si buttano in mare. Qui il fondale è roccioso e anche con l’alta marea i massi affiorano, mi sa che non mi butto. Se mi faccio male poi chi mi consola? Brava, brava, ho fatto la pigra e mi sono persa un famoso surfista francese: Tom Curren. Sì, era proprio in mare al Front Point Break, che sfortuna.

20 dicembre Finalmente splende il sole! Fra le 10 tavole di Tito scelgo uno stringer fish 7.6” e mi avvio sola soletta all’Estero Beach Break, 20 minuti via terra, 10 minuti via spiaggia camminando sugli scogli. In acqua sono completamente sola, meglio… così nessuno ride. Posso cadere quanto voglio. Invece sono “bravina”, riesco a stare in piedi più di quei soliti 4/5 secondi e nessuno che mi fotografa, uffa. Dopo circa un’oretta comincia il diluvio universale; in un primo momento provo gioia: “sola, in mezzo all’Oceano Pacifico, il tramonto, la pioggia sul viso…” Passano 5 minuti ed arrivano i tuoni e di lampi.. mmm.. pensiero ovvio: “quale modo migliore per morire?!” Esco dall’acqua e non capisco più un fico, la spiaggia non c’è più. Il letto del fiume che avevo attraversato, ora è un fiume in piena; con la tavola in testa cerco quella specie di sentiero che avevo fatto il giorno prima per andare da “Oasis”; eccolo! Ma non ricordavo ci fossero tutti questi sassolini appuntiti, naturalmente sono scalza. Ci mancavano i bimbi indios che mi guardano dal patio delle loro capanne e ridono! A parte tutti gli inconvenienti, è stato fantastico, ho il sorriso stampato sul viso!

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21 dicembre ore 7,30, in questo paesino ci sono più galli che abitanti. Ma poi non dovrebbero cantare solo quando sorge il sole? Stanno andando avanti da più di 2 ore. Piove di nuovo, in mezzo minuto faccio lo zaino e decido partire e di andare sull’Oceano Atlantico, nell’arcipelago di Bocas del Toro! Ci vorrà un sacco di tempo, devo attraversare anche la Sierra! L’autobus da Santa Catalina a Sonà parte tutte le mattine alle 8,30. Ore 12,00 eccomi a Santiago, il miraggio: Mc Donald’s ed un internet point. Leggo la posta: quello “biiiip” non mi ha scritto. Ma chi se ne frega, io sono a Panama e lui è in Italia a morire di freddo! Incontro Zuleika, conosciuta un paio di giorni fa a Santa Catalina; gentilissima mi invita a cena da sua mamma ma prima mi accompagna nell’unico surf shop della zona; ad un certo punto mi sento chiamare e mi domando “Ma chi cavolo conosco ancora a Santiago?” … è Davide, il surfista romano che si è trasferito a Santa Catalina, beviamo qualcosa e andiamo in giro per locali, Santiago non è una grande città ma c’è abbastanza scelta di localini simpatici. Ore 02,00 prendo l’autobus per Chiriqui Grande.

22 dicembre ore 8,00 dopo essere stata 6 ore in una cella frigorifera (la manopola dell’aria condizionata del bus si dev’essere rotta a –30° c) prendo un motoscafo pubblico per l’isola di Bocas del Toro, nell’arcipelago più bello e famoso della zona. Il surf camp di Playa Bluff dista 2 ore a piedi dal paese, mi suggeriscono di attendere il proprietario, che prima o poi passerà di lì… sole cocente e zaino che pesa un quintale: sì, è meglio aspettarlo qui. Ma siamo sicuri che passi veramente!? Passo la mattinata a cercare un pick up Toyota rosso con le portiere in legno, alla fine scopro che mi hanno dato delle informazioni sbagliate e che quel surf camp non è ancora agibile. Trovo da dormire al Camping Refugio di Kinga e Claudia, una ragazza di Roma che 3 anni fa ha sposato un surfista locale. Il posto è bellissimo, direttamente sul beach break di Playa Bluff, immerso in una foresta tropicale con tutte le attrezzature necessarie alla sopravvivenza, noleggiano tende e sacchi a pelo e in più lei fa delle buonissime crepes! Mi butto subito in mare, le onde sono potenti e tubanti ma rompono proprio a riva, è uno spot famoso per spezzare le tavole, e a me ha spezzato anche le ossa!!!

23 dicembre Mi trasferisco in paese perché al camping c’è solo una coppia di fidanzati Neo Zelandesi: biondi, belli, innamorati e tutti e due bravissimi sulla tavola; viaggeranno per 1 anno in tutto il Sud America… non li sopporto! Ecco, ho trovato quello che cercavo: Mondo Taitu, è una casetta di legno arredata in nome del mare e del surf, circa 12 camere più un paio di aree in comune, con tavoli, cucina e frigorifero, amache, buona musica e gente cool! Il proprietario, Juan,   è venezuelano, surfista, shaper, fa tattoo e piercing e con una piccola barchetta organizza surf trip direttamente sugli spot. Metto giù lo zaino e scrocco subito un passaggio da Victor, autista ufficiale dei surfisti che per 2 dollari circa ti porta agli spot, stavolta si va a Punch. Dopo uno dei soliti acquazzoni pomeridiani il tramonto è spettacolare, le onde sono regolari, i 4 surfisti americani faticano ad entrare in acqua senza calzari, il reef non è tagliente ma molto appuntito e pieno di ricci! Serata a base di salsa e merengue (che odio) ma per gentilezza cedo alle lezioni gentilmente offerte dai surfisti venezuelani (mi fa un po’ strano vederli sculettare).

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24 dicembre Riunito un gruppetto di europei, prendiamo una lancia per l’isola di Batimentos. Se va a surfear a Playa Primera! Per arrivarci bisogna attraversare a piedi la “foresta amazzonica”, ma noi non ci scoraggiamo. Dopo più di 45 minuti a piedi scalzi nel fango fino alle caviglie, alternato a raduni di formiche rosse giganti e a prati che sembrano morbidi ma nascondono degli antipaticissimi fiorellini pungenti, arriviamo on the beach. Per alleviare il prurito causato dai mosquitos ci buttiamo in acqua di corsa; il brutto è che bisognerà tornare indietro e rifare il percorso “Survivor”. Il paesaggio spettacolare meritava tanta fatica. Io e le altre due prode surfiste (una newyorkese ed una londinese) ce la spassiamo in una baia di sabbia bianca con l’acqua è calda e cristallina, quest’isola è meravigliosa e praticamente deserta. Conclusioni di fine giornata: apprendo che la mia crema non è water resistant, ho ustioni di primo grado su chiappe e polpacci; la schiena è salva grazie alla lycra ma in compenso ho l’abbronzatura da camionista… Cenone della vigilia di Natale al Mondo Taitu, gli altri ospiti (danesi, austriaci ed americani) mi scelgono come cuoca, visto che sono italiana danno per scontato che sappia cucinare; ricevo i complimenti per una schifosissima pasta col tonno e le olive, ovviamente sono tutti un po’ ubriachi! PS: al supermercato compro per sbaglio un barattolo di peperoni rossi al posto dei pelati, giuro che dal disegno erano uguali, fatto sta che li ho usati al posto del sugo. No comment.

25 dicembre Ma la stagione delle piogge non era finita? Un bel diluvio al giorno non ce lo toglie nessuno, e in più io ho la febbre. Giornata del cavolo, vabbè dormo. Ma di dormire non se ne parla, questo è il paradiso dei volatili, sanno fare dei versi che ricordano tutti i tipi di suonerie dei cellulari e i più bravi fanno anche il rumore del fax!

26 dicembre Decido di rimanere qui fino alla fine della vacanza: l’arcipelago di Bocas del Toro offre tutto quello di cui ho bisogno: diversi surf spots, pensione economica, pochi turisti ma buoni, diversi ristoranti e localini carini nel simpatico paesino in tipico stile caraibico e un po’ liberty. Ed in mancanza d’onde il reef è l’ideale per fare snorkeling.

30 dicembre è ora di ributtare i vestiti nello zaino. Basta con gli autobus-firgorifero, prendo un mini aereo (15 posti) per Panama City, diciamo che ha passato il collaudo con una bustarella ma riusciamo a giungere a destinazione. Faccio amicizia con 3 americani con cui divido il taxi per la città, Eliza ed io scegliamo un hotel super economico in centro, non molto distante dalla zona vecchia (Casco Viejo), poco raccomandata durante le ore notturne. Non che il nostro hotel invece sia molto raccomandabile, è uno di quelli aperto 24 ore su 24 (sì proprio per quel motivo lì). Abbiamo una vasta scelta di camere: da 12, 15 o 20 dollari, ovviamente prendiamo la meno cara (tanto chissà che differenza c’è). Le vie sono animate, i negozi aperti fino a tardi e non mi sembra ci sia d’aver timore di qualcosa, si trova di tutto per pochi dollari.

Ormai sono giunta alla fine del viaggio, la nebbia e il lavoro mi aspettano.

Sono positivamente colpita dalla disponibilità e dalla gentilezza dei panamensi.

Viaggiare da sola è come viaggiare con centinaia di persone provenienti da tutte le parti del mondo, mi sono rimasti in mente tanti volti e tanti ricordi.

Ora non mi resta che pensare alla prossima meta.

Stefi

Sardinia. A Magic Island

 

costa-ovestToday is November 23rd, there are 24 degrees and the sun shines on this beautiful island. The variety of things to do at this time of the year is endless.

Unexplored paths are breeding grounds for bikers of all kinds: cross country, enduro, downhill, free ride, and so on… Single tracks in the dense forests of oaks or along sea slopes are the perfect scenarios for these disciplines.

Pink, red, calcareous or granite walls surrounded by greenery and cliffs overhanging the sea are the land of toys for climbers.

The wind is almost constant to the delight of kitesurfing, windsurfing and sailing lovers.

West coast’s waves are among the best in the world, crystal clear water and breathtaking scenery make them even more unique.

And if the sea is calm, take a kayak and paddle inside the magical caves and the enchanting and numerous bays.

If you prefer hiking, I suggest a walk in the scenic abandoned mines, maybe picking porcini mushrooms or wild asparagus.

Then, where do you think I am? Can you believe I am in the summer’s most crowded destination.. Sardinia?!!

Yes, I am. Unfortunately only the northern European tourists, outdoor lovers, have realized that this land is fantastic throughout the year, both for the mild temperatures and for the wide choice of leisure and entertainment.

Oh sorry, I forgot to tell you is aslo snowing up on the 1834 mt hight mountains of the Gennargentu .. and in February I even go snowboarding J

Are you ready to discover the hidden side of Sardinia?

Stefi

Climbers: http://www.arrampicatasardegna.com/

Bikers: http://www.sardegnafreeride.it/

Surfers: http://www.isbenas.com/

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Oggi è il 23 novembre, ci sono 24 gradi e splende il sole su questa splendida isola. La varietà di cose da fare in questo periodo dell’anno è infinita.

Sentieri quasi inesplorati sono terreno fertile per i bikers di tutti i tipi: cross country, enduro, downhill, free ride, e chi più ne ha più ne metta. Single tracks nei fitti boschi di lecci o lungo pendii vista mare sono gli scenari perfetti per queste discipline.

Pareti rosa, rosse, calcaree o granitiche, falesie immerse nel verde o spioventi sul mare sono il paese dei balocchi per i climbers.

Il vento è quasi una costante per la gioia degli amanti del kitesurf, windsurf e della vela.

Le onde poi in costa ovest sono tra le migliori al mondo, l’acqua cristallina e gli scenari mozzafiato le rendono ancora più uniche.

E se il mare è calmo, perché non fare un’escursione in kayak tra le magiche grotte e le incantevoli e numerose baie?!

Se preferite il trekking, consiglio una passeggiata tra le suggestive miniere abbandonate e risanate, magari raccogliendo funghi porcini o asparagi selvatici.

Ma quindi dove mi trovo esattamente? Ma non sarò mica in Sardegna?!? …Affollatissima meta estiva.

Eh già, perchè purtroppo solo i turisti nord europei, amanti dell’outdoor, si sono resi conto che questa terra è fantastica tutto l’anno, sia per la temperatura mite che per le svariate possibilità di svago ed intrattenimento.

Ah scusate, dimenticavo qui ci sono montagne che raggiuntono i 1834 mt, e a febbraio vado anche in snowboard sui monti del Gennargentu!

Siete pronti a scoprire il lato nascosto della Sardegna?

Stefi

Climbers: http://www.arrampicatasardegna.com/

Bikers: http://www.sardegnafreeride.it/

Surfers: http://www.isbenas.com/

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