Il lungo viaggio verso Dakhla

In questo periodo di clausura forzata, avendo la fortuna di abitare in una villetta situata in campagna a circa 5 km dal mare del golfo di Cagliari, circondata da 1000 mq di terreno piantumato, mi sono presa una pausa dai social network e mi sono tenuta occupata con lavoretti di bricolage e giardinaggio.  E, diciamo, che il primo mese è passato piuttosto velocemente. Ora però, comincio a sentire la mancanza del lavoro, una Tour Leader non è abituata a star ferma, ma come potrete immaginare, tutti i viaggi e gli eventi di Marzo, Aprile e  Maggio sono stati cancellati, sono speranzosa per la stagione estiva, ma chissà.

Nel frattempo ho pensato di ritornare col pensiero al Marocco, l’ultimo viaggio di piacere che ho fatto lo scorso febbraio.

Dopo aver trascorso un paio di settimane in solitaria nella zona costiera della provincia di Agadir, sono stata raggiunta dalla mia amica Fedra.

Abbiamo deciso di andare a fare un corso di kite surf nella laguna di Dakhla, nel West Sahara, una regione situata all’estremo sud del Marocco, al confine con la Mauritania. Ovviamente la maggior parte della gente, diciamo pure i kiters, la raggiungono in aereo, ma noi no! Vogliamo vedere per bene tutta la costa, ma proprio tutti i 1200 km che separano le due località.

Fedra atterra ad Agadir alle 19:30, io l’attendo direttamente alla Gare Routiere da dove, alle 22.10  parte il nostro autobus. Non amando la lingua francese (alle scuole superiori  preferivo di gran lunga il tedesco) , non mi preoccupo di capire che Gare “Routiere” non è il nome proprio della stazione, ma bensì il nome generico che significa solamente Stazione degli Autobus, esattamente per questo motivo Fedra viene portata dal tassista da un’altra parte, ma questo io non lo so ancora, perché i telefoni con Sim italiane non funzionano e non abbiamo altro modo di comunicare. Calcolando circa mezz’ora tra sbarco/ritiro bagaglio /controllo passaporti, più un’altra mezzora di trasferimento, mi aspetto di vederla arrivare intorno alle 20.45/21:00, stando larghi. Ma niente, alle 21.45 ancora non si vede. Comincio a preoccuparmi e non so che fare, esco, rientro, salgo, scendo, insomma ispeziono ogni angolo del terminal ma di Fedra nemmeno l’ombra.  Fortunatamente sono scortata da due prodi surfisti siciliani, perché come in tutte le stazioni del mondo, la sera non gira bella gente, mi hanno dato un passaggio in auto e si sono fermati ad aspettare la nostra partenza. Sono indecisa sul da farsi: Parto comunque o resto ad aspettarla all’infinito? Avrà perso il volo? Ma come si faceva quando non c’erano i cellulari? Eppure dovrei saperlo dato che ho iniziato a viaggiare da sola nel 1984. Boh. Il bus è al parcheggio, la gente comincia a caricare i bagagli e a prendere posto. Oh, finalmente alle 21.55 appare miracolosamente la mia amica. Tiriamo un sospiro di sollievo e ci accomodiamo.  Ecco appunto, analizziamo la parola “accomodarsi” ovvero mettersi comodi. C’è qualcosa che non mi convince, i sedili sono normalissimi , minimamente reclinabili e noi dobbiamo trascorrere ben 22 ore su questo autobus, sul sito su cui ho prenotato lo pubblicizzavano come “Comfort Luxury Bus”, sedili enormi e completamente reclinabili con poggiapiedi, dotato di connessione Wi-Fi e toilette, ma dov’è tutto questo? Siamo sicuri che sia il bus per Dakhla? Ora chiedo.  Eh sì, pare semplice. Ci guardiamo intorno, sono tutti marocchini, anzi precisamente berberi, non capiscono nemmeno il mio francese scolastico, zero inglese. Su 54 posti, solo 4 sono occupati da donne, le altre sono due anziane con i rispettivi mariti e noi diamo piuttosto nell’occhio e provochiamo curiosità. Dopo solo dieci minuti dalla partenza l’autobus effettua una fermata in una specie di deposito, ah ecco sicuramente dobbiamo cambiare mezzo, dal finestrino vedo un bus con la scritta “Luxury Voyage”, lo indico ad un signore seduto dietro di noi, col quale siamo riuscite a comunicare in portoghese, ma si mette a ridere e ci fa capire che quelli sono usati esclusivamente per le tratte internazionali, sono gli autobus che vanno in Europa. Sigh. Tristezza. Ma quindi cosa si è fermato a fare? Sale un inserviente con secchio e mocio ed inizia a lavare il corridoio, ma non poteva farlo prima di partire, quando era vuoto?! Al nostro sguardo perplesso i vicini di posto mimano persone che vomitano, capiamo che nella tratta da Casablanca ad Agadir ci sono molte curve ed ecco spiegato anche quell’odore agro. Che bel viaggio che si prospetta e non abbiamo nemmeno le salviettine umidificate!

Proviamo a dormire, ma ogni due ore il bus (chiamiamolo pure corriera o torpedone) effettua una sosta di 20 minuti in posti sperduti nel nulla, la gente scende a qualsiasi ora della notte per mangiare e bere, noi vorremmo solo andare in bagno ma vi lascio immaginare come siano le condizioni igienico sanitarie, non sono schizzinosa, però preferirei farla dietro un cespuglio, ma ahimè siamo nel deserto!  Forse proprio per questo motivo noto un signore molto anziano (seduto davanti a noi ma dal lato opposto) che ravana sotto la sua tunica, la moglie gli passa una bottiglia di plastica… no dai, non ci voglio pensare.  Purtroppo invece è così, e guardando sotto al sedile notiamo il pavimento bagnato… basta, basta, ok mi fermo qui.

In un batter d’occhio si fa giorno, così ho modo di guardare dal finestrino. Il deserto, ancora deserto, altro deserto. Bello, affascinante e non sempre uguale, di sassi, di sabbia chiara, di sabbia ocra, a volte ci sono anche le dune.  Lungo le interminabili strade semi-deserte sorgono delle piccole casette dai colori pastello che sembrano quelle delle bambole ma invece sono dei posti di blocco, le guardie della Gendarmerie Royale salgono almeno sei volte a controllare i passaporti, soprattutto i nostri, abbiamo creato un diversivo nella monotonia della giornata.

Durante una delle ultime soste, facciamo quattro passi intorno al bar della stazione di servizio, e notiamo  dei cammelli che stanno attraversando la strada, li seguiamo per fotografarli da vicino ed è così che noto una cosa sconcertante: il deserto è pieno zeppo di rifiuti, soprattutto plastica, alcuni imballaggi rotolano col vento, altri sono parzialmente incastonati nel terreno. Che disastro, il mondo è una grande discarica di spazzatura.

Finalmente verso le 19.00 e con un’ora di ritardo, giungiamo al terminal dei bus a Dakhla City, dove ci aspetta l’autista del nostro Kite center il Dakhla Attitude che sorge sulla laguna, che non è mica una pozzanghera, anzi è lunga ben 45 km! Arriviamo giusto in tempo per goderci uno spettacolare tramonto, non ci muoveremo per una settimana che sarà scandita da ritmi regolari ma rilassati, tra le 10:00 e le 23:00, colazione, kite lesson, pranzo, kite lesson, aperitivo, cena, nanna. Io sono una che si stufa in fretta a star ferma, ma sinceramente in questo luogo non si sente la necessità di uscire dal camp, primo, perché se la motivazione del viaggio è fare sport, non si ha tempo di fare altro, secondo, perché è talmente vasto e bello che non ce ne sarebbe motivo, quando c’è bassa marea poi si può passeggiare sulla laguna fino a raggiungere Dragon Island, una grande roccia che sorge nel mezzo.

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Dakhla sunset

Il posto è fantastico, svariate casette color Blu Tuareg di diverse metrature, si inerpicano su una dolce collina di fronte alla laguna, ai piedi degli alloggi si trova il ristorante, il pub serale, il beach bar, la palestra ed ovviamente il centro sportivo dove si programmano le lezioni  o dove si può noleggiare l’attrezzatura Kite e Windsurf. Insomma il luogo è incantevole, il cibo ottimo, il clima perfetto per chi adora il vento, unica nota negativa è che la maggior parte dei clienti è di nazionalità francese, non me ne vogliate, ma anche qui si sono confermati alquanto distaccati e poco socievoli, vabbè chissenefrega io sono in ottima compagnia!

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Il mezzo per ritornare al nord, esattamente a Marrakech, ci siamo riservate di deciderlo last minute. Dopo aver controllato i prezzi, ovvero 62€ per un’ora e 40 minuti di volo, contro 50€ per 26 ore di bus, indovinate cosa abbiamo scelto stavolta? 😉

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Aeroporto di Dakhla

Qui trovate un breve video della laguna di Dakhla.

 

 

 

 

Social Network Life VS Real Life

“Che bella vita” sembrano comunicare le mie foto.
Negli ultimi anni ho girato il mondo in lungo e in largo, soprattutto in barca a vela dalle isole Fiji ai Caraibi, dalla Grecia alla barriera corallina australiana.
Ho passato lo scorso autunno viaggiando per lavoro tra Amburgo, Shanghai ed il Kenya. Poi a casa nella splendida e soleggiata Sardegna.
Ma dentro di me una nuvola nera si impossessa del mio umore.
Quindi cosa si nasconde dietro ad un’immagine sorridente nei luoghi più incantevoli del mondo? Inquietudine e tristezza.
Ma come? Mi sento dire: hai una vita invidiabile, sei una persona in gamba, una donna indipendente, in salute, in forma (o quasi)… E io mi chiedo: cosa cavolo mi manca? Perché mi sento incompleta? Perché vorrei sempre essere chi non sono?
Mi ritrovo in Marocco a guardare il soffitto della camera e a piangere, anziché godere di questa vacanza, assurdo!

Sto lottando per farmi forza e per focalizzarmi su ciò che ho e non su ciò che mi manca. Ma non è sempre facile.
Ultimamente alcune piccole sconfitte, mi hanno demoralizzata. La fine di una relazione in cui avevo veramente creduto ha riacceso la mancanza di affetto dovuta alla perdita prematura dei miei genitori, poi a causa del corona virus hanno cancellato due eventi/viaggi di lavoro che avrei avuto a marzo, aggiungiamoci qualche elettrodomestico rotto e conseguente spesa imprevista e il morale va sotto ai piedi.
A fine gennaio sono partita per il Marocco dove avrei dovuto fare volontariato in un canile, luogo in cui immaginavo di colmare il vuoto nel cuore, dando e ricevendo amore dai pelosetti, ma come ho già raccontato è stato un fiasco e mi sono pure ammalata, poi sono arrivata a Dahkla a fare il corso di kitesurf, ma ahimè la lezione non è andata come speravo, non ho il livello che pensavo di avere raggiunto l’estate scorsa.
E booom, sono caduta nel baratro.
Ho deluso le mie aspettative, lo so, lo so, non bisognerebbe avere aspettative. Ma come si fa?
A volte mi domando: cosa ci faccio in giro per il modo da sola a 53 anni? Perché non sono a casa sul divano con il mio Mr Smith?!
Perché non sono una di quelle donne appagata dallo shopping che si appassiona alle trasmissioni di Maria de Filippi?!
Cosa pretendo da me stessa, voglio essere la donna bionica?! Guardo le migliaia di giovani travel blogger e mi chiedo se anche le loro foto nascondano dei momenti “no”.
Dopo un po’ di seghe mentali e una mattinata sotto al piumone ho aperto YouTube e tra i video suggeriti (dato che siamo spiati) c’era un sulla depressione. (Questo il link)
Io non sono per nulla spirituale ma l’approccio ironico ed il modo di spiegare le cose di questo Sadhguru mi han fatto scattare la voglia di ritirarmi su, di godermi ciò che ho e di riprendere le lezioni di kite (a destra vado abbastanza bene, devo perfezionare la partenza a sinistra, ma devo accettare il fatto che non sarò mai una campionessa).
Mi sono sentita veramente stupida a lamentarmi e a crogiolarmi nella tristezza, sprecando del tempo prezioso. Bisogna decidere di voler essere felici, ora sono con una carissima amica che ha compreso il momento “down”. Tutti noi passiamo dei periodi neri, giuro che cercherò di lasciare andare i pensieri negativi e di focalizzarmi sul bello. Tipo una birra ghiacciata al tramonto.
Cheers!


PS : ho scritto questo pippone perché magari altre persone si sentono così, ed il detto “mal comune, mezzo gaudio” è vero!
Dakhla, West Sahara, Morocco

Chilling in Tamraght

Come mi era già capitato altre volte, l’inizio del viaggio é stato un fiasco.
In principio mi sono fatta prendere dallo sconforto per la deludente opera di volontariato che non ho potuto offrire ai miei adorati cagnolini…

Poi mi sono anche ammalata, mal di gola e raffreddore di sicuro, probabilmente anche qualche linea di febbre, ma chi lo sa, di certo non mi porto dietro il termometro.

Fortunatamente il bed and breakfast che ho trovato é molto accogliente, per meno di 10 euro a notte ho una camera matrimoniale con bagno condiviso) e una tipica colazione marocchina, servita in terrazza panoramica vista mare, per me é perfetto!

Si chiama Aga Chili e si trova a Tamraght, un paesino a nord di Agadir, recentemente divenuto metà di surfisti per via delle costanti onde oceaniche. In questi giorni tra l’altro, nel paese qui affianco, si è svolta una competizione internazionale di Surf, il Pro Taghazout Bay, a cui mi hanno accompagnato i gestori del B&B, anch’essi appassionati di surf.

A tirarmi su il morale però, ci hanno pensato un paio di surfisti italiani, quei famosi amici di amici di Facebook (vedete che a volte serve a qualcosa?!), che svernano qui, i quali mi hanno gentilmente scarrozza a destra e a manca mostrandomi luoghi meravigliosi, come le dune di Tamrit, la Paradise Valley, Devil’s Rock, ho pubblicato un po’ di video e foto anche sul mio profilo Instagram, che ovviamente si chiama sempre Vagabondingirl.

Ora non mi resta che attendere l’arrivo della mia amica Fedra con cui passerò altre due settimane, prima nel profondo sud e poi di nuovo verso il nord del Marocco.


Ah vi lascio un’idea dei costi sostenuti fin’ora:
• Volo a/r BG-Agadir 36€ (escluso bagaglio)
• Pernottamento e colazione in b&b 9€ a notte
• Pasto ristorantini locali sulla strada 5/6€
• Frutta in spiaggia 2€ (ma forse ora che ci penso mi ha fregato e avrei dovuto trattare)
• Filone di pane o pagnotta araba grande 10 cents
• Al Market: scatoletta tonno 1€, coca cola 50 cents, confezione datteri 75 cents (da noi a Natale mi pare lì vendano ad almeno 3€!)
• Pizza e 2 birre 15€ in ristorante fighetto (gli alcolici sono vietati dalla legge del Corano, pochissimi locali hanno la licenza e li vendono a caro prezzo proprio per non incoraggiarne il consumo)

Sailing on Grateful, i benefici della gratitudine

Eccomi qui, sul volo che mi riporterà a casa, a tirare le somme di questi 10 giorni in mare. Ma partiamo dall’inizio.

Come al solito senza troppe riflessioni prendo e parto, così d’istinto.

Seguo però già da alcuni mesi, su Instagram e Facebook, le avventure e le rotte di Grateful Travel, una barca a vela di 15 mt, per gli esperti un Beneteau Sense 50.

Il capitano, un americano che da circa un anno ha deciso di inseguire il suo sogno di veleggiare intorno al mondo, pubblica spesso video e foto, quindi mi sembra quasi di conoscerlo già… la sua voce, le risate, la sua storia e le intenzioni. Partendo da Sparta alla ricerca delle sue origini greche (nonni materni) sta navigando per tutto il Mar Mediterraneo, alternando periodi di solitudine e periodi in cui l’equipaggio (amatoriale) arricchisce la barca di consigli, ricette, musica, arte in maniera multiculturale. Il periodo estivo è un susseguirsi di gente che sale e che scende, tra le isole dei più spettacolari arcipelaghi Greci, ma adesso è solo.

Dopo qualche scambio di mail concordiamo il periodo, l’unico mio momento libero tra un evento e l’altro é fine settembre; l’autunno é sempre intenso per noi Tour Leader.

Grateful risale da Itaca a Corfu, per poi toccare le coste dell’Albania e del Montenegro, da qui in una giornata attraversa il mar Adriatico e giunge in Puglia.

Ci incontriamo a Brindisi, con un comodo bus che dall’aeroporto per solo 1 euro porta in centro, raggiungo il molo indicatomi dal capitano, con grande meraviglia e stupore mi rendo conto che la barca é ormeggiata in pieno centro storico esattamente ai piedi della scalinata delle colonne romane.

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E’ sabato sera, l’autunno è appena iniziato ed il clima è ancora mite; il centro è gremito di gente che passeggia sul lungomare, mi sento un po’ osservata a stare in barca davanti agli occhi curiosi dei passanti.

Un piccolo approvvigionamento per i giorni in cui non ci potremo fermare nei centri abitati, una pizza in una locanda semplice e poco turistica, poi subito a dormire, perché la partenza è prevista al sorgere del sole.

Il vento scarseggia e le traversate sono lente, ma non avendo nessuna fretta non c’è necessità di accendere il motore per darci una spintarella.

Tocchiamo posti incantevoli lungo la costa e ci fermiamo a visitare Lecce, il capitano rimane incantato ad ammirare l’architettura barocca che caratterizza la città ed attacca bottone con una simpatica coppia di insegnanti del conservatorio di Lecce che ci fanno da ciceroni, in modo da non perdere nemmeno un angolo di questa meravigliosa città.

Passiamo la notte in rada a San Cataldo (Lecce), sono circa le 3 ed un rumore fortissimo mi sveglia di soprassalto, sembra un verso di animale, una specie di guaito con risucchio, accentuato da un rombo di motore, nel dormiveglia penso di avere un incubo e di star sognando un mostro marino, mi alzo di scatto guardo dall’oblò ed una luce bianca mi acceca, mi vesto in un nanosecondo, busso alla cabina del capitano ma ci mette un po’ a svegliarsi, usciamo sul ponte e ci troviamo una motovedetta della Guardia Costiera che ci punta addosso tre enormi fari, ci chiedono da dove veniamo ed io intontita rispondo “Lui è americano ed io di Milano” – pausa – risposta del militare: “Ok, scusate il disturbo, buonanotte!” Ma che ca**, tutto qui?! Ho rischiato un infarto e nemmeno controllano se abbiamo profughi a bordo?!

Proseguiamo passando da altre bellissime cittadine pugliesi Otranto, Santa Maria di Leuca e Gallipoli.

Da qui attraversiamo il Mar Ionio in direzione Crotone, la traversata dura circa 10 ore, arriviamo giusto giusto per goderci il tramonto.

davLa mattina seguente di buon ora leviamo l’ancora in direzione della Sicilia, per sfruttare meglio i venti (quasi assenti) anziché proseguire lungo la costa viriamo verso il largo. Navighiamo tutto il giorno, tutta la notte e di nuovo ancora di giorno per giungere ad Acicastello verso le quattro di pomeriggio. E’ stata bella tosta, 32 ore in mare aperto con al massimo 10/12 nodi di vento, la nostra andatura di conseguenza non ha superato i 4/5 nodi.

Ma la lunga veleggiata è stata ripagata dalla suggestiva cornice che ci ha accolto: la Riviera dei Ciclopi, gettiamo l’ancora tra questi giganti neri di pietra lavica per poi concederci una meritata cena in uno dei tanti ristoranti della baia…  l’indomani il risveglio ai piedi di sua maestà l’Etna è impagabile.

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Ci spostiamo verso Catania ed ormeggiamo Grateful nella marina di fronte all’edifico della vecchia dogana, a due passi dalla cattedrale di Sant’Agata. La città pullula di turisti e di locali, è viva anche di notte. Ammaliati dalle mille cose da fare e da vedere non ci rendiamo conto che il tempo vola e la mia vacanza giunge al termine.

Grata di aver fatto parte dell’equipaggio di Grateful, saluto il capitano, prendo la mia borsa piena di nuove esperienze e di consapevolezza e mi avvio verso l’aeroporto…

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Ero indecisa se aggiungere anche questa parte, ma lo faccio perché tirare fuori le cose fa bene e metterle nero su bianco ancora di più.

Durante questi giorni sono stata investita da uno Tzunami di ricordi, un’onda di emozioni caraibiche mi ha colpita ed affondata. Sono sprofondata in una tristezza indescrivibile, le lacrime scorrevano senza freno. Ogni piccola cosa mi riportava indietro ad un anno e mezzo fa, quando serena e felice lavoravo sul catamarano tra le Grenadine e St Lucia. Il solo gettare l’ancora era come grattare una ferita mal rimarginata. Dopo essermi ristabilita sono giunta alla conclusione che questo viaggio sia stato soprattutto un viaggio introspettivo, ascoltare i racconti personali del capitano è stato come guardarsi allo specchio e ho dovuto affrontare le cose che avevo sotterrato facendo finta che non facessero male. Trovarsi su una barca circondata da tanta acqua e da tanti pensieri, senza la possibilità di evadere né fisicamente, né moralmente (non c’era copertura telefonica e la lettura in navigazione mi fa venire il mal di mare) ti fa per forza di cose riflettere oppure l’unica alternativa che ti resta è quella di osservare le onde e lasciare svuotare la mente.

I pensieri sono come le onde del mare, vanno, vengono, si increspano, spumeggiano si infrangono, svaniscono.
(cit. Romano Battaglia)

A questo link il video che ho montato con le immagini del viaggio.

Grateful

#VagabondinGirl, Acquista il libro su Amazon 😊

E’ con orgoglio ed emozione che annuncio l’uscita su Amazon del libro #VagabondinGirl

lo trovate sia in versione cartacea cliccando qui.

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Dopo mesi di lavoro intervallati da viaggi ed ancora viaggi, son riuscita finalmente a terminare e pubblicare il mio manoscritto.

Potrete leggere consigli per viaggiare a basso costo, le mie esperienze dirette e come il viaggio mi abbia sempre accompagnato e curato nei momenti più difficili dei miei primi 50 anni.

A questo link una bellissima recensione scritta da David Ingiosi, un giornalista che non conosco di persona ma a quanto scrive ha colto in pieno il senso del libro.

… e per gli avidi di immagini, troverete tantissimi album di viaggio ed anche lo foto più imbarazzanti dei miei primi 50 anni, alla pagina Facebook VagabondinGirl 🙂

From Tonga to Fiji on Infinity Sailing Vessel

Ottobre – Novembre 2017  Oceano Pacifico

Dopo 9 mesi son tornata a casa e son riuscita finalmente a montare qualche immagine della traversata oceanica dall’arcipelago di Tonga alle isole Fiji… mare, mare e solo mare per giorni.

October – Novembre 2017 Pacific Oean

After 9 months I’m finally back home and I hat time to edit a short video of my sailing experience from Tonga to Fiji. Sea, Sea … just sea for days.

L’incomprensibile vita della Tour Leader

Rieccomi qui davanti alla tastiera. E’ il 23 giugno, sono rientrata dai Caraibi da quasi due mesi e non ho avuto un attimo di relax. Certo, avevo programmato di rientrare proprio per lavorare nei mesi più ricchi di eventi ed infatti sono stata accontentata.

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Ho lasciato l’isola di Grenada il 4 maggio, prima tappa Trinidad and Tobago, poi Miami, poi Oslo, poi un pernotto a Roma e finalmente il 6 maggio alle ore 20.00 sono atterrata a Cagliari.

Sul volo della Norwegian Airline, per farti sentire realmente in Norvegia (ma non d’estate, bensì nel mese di Dicembre) tengono per tutte le 9 ore di durata del viaggio, una temperatura costante di circa meno 20 gradi centigradi –  trattandosi di compagnia lowcost poi, anche le copertine sono a pagamento, ed io dotata di giacchino imbottito ho pensato bene di farne a meno, ma le gambe ed i piedi mi si sono paralizzati dal gelo.

Da vera stacanovista milanese, pur essendo distrutta da un viaggio della speranza durato tre giorni e ancora sballata dal fuso orario, dopo un solo giorno dal rientro,  inizio il mio primo evento.

La location non dista molto da casa, chessaramai! Bene, inizio col botto e comincio a lavorare le consuete 17/18 ore giornaliere. Terminata questa convention, nel mio unico giorno libero disfo e rifaccio la valigia, per passare immediatamente all’evento successivo. E cosa mi succede? Mi viene il fuoco di Sant’Antonio. Classica malattia causata da abbassamento delle difese immunitarie, stress e stanchezza. Un dolore allucinante s’irradia dalla schiena alla pancia. Amici e parenti mi suggeriscono di stare a casa. Ma col mio lavoro è impossibile, una volta data la disponibilità, ma soprattutto iniziato l’evento è impensabile mollare tutti… diciamo, nella cacca… e nello stesso tempo mi secca perdere il compenso, quindi stringo i denti e tiro avanti. Miracolosamente, imbottita di pappa reale, propoli e vitamine dalla A alla Z, mi ripiglio e proseguo col mio girovagare.

Alterno i resort più belli della Sardegna: il Chia Laguna, il Forte Village, il Tanka Village, ed ancora il Forte. Un paio di giorni a fare transfer in aeroporto, poi parto per Dubrovnik; una giornatina di congresso medico nel modernissimo T-Hotel, e l’immancabile lavatrice per cambio valigia, perchè tra due giorni sarò di nuovo su un aereo diretto a Cambridge.

Tra vecchie colleghe diventate ormai amiche e nuove che lo diventeranno a fine evento, ci destreggiamo tra medici, gommisti, promotori finanziari, forza vendite di marchi internazionali ed ospiti famosi…

Ti ritrovi a dormire con delle sconosciute, a ridere all’una di notte per non piangere dalla stanchezza, ad ordinare pizze perchè il menù della cena di Gala è immangiabile, a scoprire amicizie in comune durante le veloci chiacchiere tra un arrivo e una partenza…

Dietro alle foto che pubblico c’è tutto questo. E non offendetevi quando dico che sono a Milano o a Roma per lavoro ma non ho tempo nemmeno per un caffè, perchè le giornate delle Tour Leader sono realmente super intense, lunghissime, stancanti…. ma come potete vedere, quando si trovano le compagne di lavoro giuste, il sorriso non manca!

Le parole che seguono le ha scritte una mia cara amica… con cui penso di aver lavorato un paio di volte al massimo, ma con cui è nata una grande intesa. Forse solo noi TL capiamo come si possa diventare amiche in un batter d’occhio, quando in un evento ti racconti a spizzichi e bocconi ma riesce comunque a nascere un feeling che va al di là del tempo reale.

 

To be Tour Leader di Roberta Franciosi

Nell’immaginario comune essere Tour Leader significa belle ragazze pagate per stare in vacanza.

Ora vi racconto cosa vuol dire vestire i panni di una Tour Leader.

Essere Tour Leader vuol dire che dal momento in cui chiudi la porta di casa non sai più quando vedrai un pasto caldo, decente e un letto.

Essere Tour Leader vuol dire che 24 ore al giorno i clienti possono e si sentono autorizzati a chiamarti non solo per le emergenze ma per qualunque cosa o capriccio vogliano soddisfare.

Essere Tour Leader vuol dire ripetere pazientemente anche per 100 volte le stesse informazioni agli ospiti perché in fila o in massa davanti al desk non ascoltano finché non è il loro turno per chiedere esattamente la stessa informazione.

Essere Tour leader vuol dire fare a piedi km e spesso rimanere in piedi per ore con scarpe scomode che feriscono i piedi magari in gonnella con anche l’ansia che si smagli una calza.

Essere Tour Leader vuol dire avere la capacità di lavarsi, cambiarsi, vestirsi, truccarsi in un battito di ciglia ed essere costantemente carine, sorridenti, educate e sul pezzo anche quando gli ospiti rispondono male e sono maleducati.

Essere Tour Leader vuol dire passare ore in piedi o seduti spesso in tarda sera o notte fonda a fare i famosi assemblaggi che noi chiamiamo le cineserie per preparare gadget, cartelline, o qualunque altra cosa il cliente voglia far trovare suoi ospiti al check-in , al check-out, in sala meeting, in camera o ovunque lo desideri.

Essere Tour Leader vuol dire controllare, incrociare, spuntare per ore liste, rooming, flight; pregando che tornino i conti e che tutti siano presenti senza dimenticarsi qualcuno in giro.

Essere Tour Leader vuol dire anche riportare, allineare e tenere tranquilli gli account che spesso sono in agitazione e mettono agitazione. Loro che sono sempre sul pezzo più di te perché hanno costruito e confezionato il viaggio nei minimi dettagli e non possono permettersi sbavature ed errori con il loro cliente che è sempre pronto a cercare il pelo nell’uovo.

Essere Tour Leader vuol dire cercare di mediare sempre tra agenzia, clienti, hotel, ristoranti, in modo che tutti vada via liscio e coordinato come un direttore d’orchestra con i suoi orchestranti.

Essere Tour Leader vuol dire trasformarsi in modo camaleontico e repentino in consulenti, babysitter, ottime ascoltatrici, psicologhe a seconda del cliente e delle sue richieste.

Perché dietro a ogni Tour Leader ci sono esseri umani spesso donne con sentimenti, debolezze, figli a casa, una vita e un vissuto e che danno del loro meglio al meglio delle loro capacità.

Quindi cari amici, parenti, fidanzati, mariti e figli non fermatevi a giudicare le nostre vite dalle foto di splendidi tramonti o di posti favolosi dove possiamo trovarci a lavorare ma che in realtà spesso e volentieri intravediamo delle finestre della reception o di una sala meeting.

Perché essere Tour Leader vuol dire anche far sognare chi non è con noi e sì anche a far venire un po’ di invidia a chi sta a casa.

Perché essere Tour Leader non è un titolo di lavoro; è uno stile di vita, è un modo di essere.

Perché un gruppo di Tour Leader ha il potere e la forza di far andare un viaggio da dio pur mancando di organizzazione alla base.

Perché un gruppo di Tour Leader quando si coalizza si aiuta, si sostiene fino alla fine senza mollare.

Perché essere Tour Leader senior vuol dire insegnare alle junior che questa vita è anche sacrificio e la tecnica non è sufficiente.

Perché nei gruppi di Tour Leader si creano e nascono le migliori amicizie che si rinnovano e si solidificano ogni volta che ci si trova ad affrontare una nuova sfida. Perché essere Tour Leader è questo e molto più.

 

 

 

Il ritorno dello Jedi. Ah no, della Stefi.

Dopo più di sei mesi passati in mare, veleggiando prima nell’oceano Pacifico, poi nel mar dei Caraibi, è giunta l’ora di tornare a casina.

Sydney, arcipelago di Tonga, isole Fiji, Australian Gold Coast, St Lucia, Martinica, Grenadine, St Vincent e Grenada le mie tappe…

Il passaporto è pieno zeppo di timbri, segni indelebili di esperienze magnifiche che rimarranno ricordi preziosi… Sicuramente più preziosi di qualsiasi gioiello o altre cazzate materiali. 

Lo zaino pesa 19 kili, esattamente come quando son partita; qualcosa l’ho lasciata durante il mio cammino, qualcosa l’ho aggiunta. Una metafora perfetta.

Un misto di emozioni mi invadono.

La tristezza di lasciare (temporaneamente) una persona speciale, la vita di mare, i paesaggi paradisiaci.

La felicità di riabbracciare mio figlio Riccardo, le mie cagnolone puzzone, la gatta assassina, fare quattro risate con le amiche davanti ad un mega Spritz…

Ed ovviamente, da buona italiana, mangiare nell’ordine: una vera pizza con bufala e ciliegini, un pacco intero di gocciole, una piadina col crudo – non mangio carne da tre anni ma al prosciutto di Parma non resisto! 

NB io all’estero mi adatto e cerco sempre di mangiare cibo locale, però dopo quasi sette mesi concedetemi la debolezza di desiderare cibo nostrano..😉

Bene, questo è tutto, grazie per aver seguito le mie avventure.

Vi saluto dal primo scalo del mio viaggio “della speranza”, ovvero cinque voli in due giorni, il primo, da Grenada a Trinidad & Tobago, è andato.

Tra un paio d’ore volerò a Miami, poi ad Oslo, tappa a Roma e finalmente domenica sera atterreró a Cagliari.

Ahhh, mi gira già la testa, ma forse è colpa del mal di  terra. Dopo tanti mesi in mare si avverte fastidio sulla tera ferma… Meglio quindi volare… Oh oh. ✈️

Io all’aeroporto in versione caraibica con cappello di paglia, che non so dove mettere … quindi lo dovrò tenere in testa anche ad Oslo 😁