Boat Sitting ad Antigua

Oggi è esattamente un mese che sono sulla nuova barca, in totale manco da casa da 3 mesi e mezzo.

Finalmente sono di nuovo serena e contenta, ho ritrovato il mio equilibrio dopo aver avuto qualche momento di profondo sconforto, ma da quando sono arrivata ad Antigua tutto ha iniziato a girare per il verso giusto.

Stare sola in barca mi ha dato la possibilità di riflettere, di godere della solitudine, di aggiustare quello che si era incrinato nel mesi scorsi.

Il mio buon umore però non deriva tanto dal luogo, perché a dir la verità non è che mi abbia colpito più di tanto quest’isola, c’è troppa disparità tra i soliti resort di lusso, i mega yacht e la reale qualità della vita dei locali, ovviamente le spiagge con le palme sono incantevoli, ma forse ne ho avuto abbastanza. Ma, stavo dicendo che mi sesto felice soprattutto perché alcune persone mi hanno ridato fiducia nell’essere umano.

Primo di tutti Alessandro, l’armatore dell’attuale imbarcazione che, senza nemmeno conoscermi di persona, mi ha offerto ospitalità su La Regina del Mare, un bellissimo Beneteau 523, di cui mi sono presa cura in questo periodo mentre lui è via.

Ad un certo punto, terminate le due settimane di quarantena, ho sentito la mancanza delle chiacchiere tra amiche, così ho messo un annuncio su una pagina Facebook di Antigua in cui dicevo che avevo desiderio di incontrare delle ragazze, esclusivamente donne. Mi hanno risposto in tante, di diverse nazionalità. Dopo qualche scambio di messaggi è venuta a trovarmi una ragazza di Ravenna che vive qui da un anno e fa l’insegnate di Yoga, poi è arrivata la volta di Lissi, trasferita qui dal Guatemala 3 anni fa, lei è favolosa! Una persona super generosa, sempre sorridente e disponibile, mi ha portato, anzi donato, frutta e verdura (che qui è cara e difficile da trovare), mi ha letteralmente nutrito, si presenta sempre con del cibo già cucinato, ha messo a disposizione la sua auto per farmi vedere l’isola, mi ha invitata a casa sua e da lì la catena delle amicizie intercontinentali non si è più arrestata. Un suo amico della Repubblica Dominicana ci ha organizzato l’aperitivo in spiaggia al tramonto a Fort James Beach, il giorno dopo una coppia Colombiana ci ha invitate a pranzo e Patricia ha cucinato apposta per me le tradizionali Arepa di farina di mais, che io adoro.

In settimana sono andata a fare delle belle pagaiate con il SUP (Stand Up Paddle Board) partendo direttamente dal pontile dell’Antigua Yacht Club fino alla spiaggia di Pidgeon con un pompiere di Chicago (sì, proprio come il telefilm Chicago Fire); lui, quasi cinquantenne, andrà in pensione il prossimo anno ed è venuto qui a fare un corso di Yachtmaster per poi comprare una barca e salpare per nuove avventure. Ieri è stata la volta dello snorkeling, con Xiaolei, una cinquantenne cinese che vive da 25 anni nella svizzera tedesca e sta passando qualche mese ai Carabi per la prima volta da sola, senza marito e figli, mi ha tempestata di domande perché ha saputo che io viaggio in solitaria ormai da diversi anni, mi considera il suo idolo… che dolce.

La domenica di Pasqua, insieme a Lissi e a Xiaolei, sono andata ad aiutare Lexi, una ragazza canadese, anzi un capitano donna che vive sola su Wild Child, una barca da regata di 40 piedi, molto difficile da governare in solitaria e siccome ora è senza equipaggio, le abbiamo dato una mano a spostarla da Deep Bay a Jolly Harbour.

E’ stata una bellissima esperienza, Lexi prima di partire ci ha fatto una mini lezione di vela, ovvero abbiamo visto al computer tutte le parti della barca e le rispettive denominazioni in gergo marinaresco inglese, perché quando si naviga si deve capire al volo ciò che il Capitano sta indicando, sembra una stupidata ma nella realtà a me nessuno skipper uomo ha mai spiegato e nominato correttamente ogni cosa a bordo, si limitavano a dirmi lo stretto necessario di ciò di cui dovevo occuparmi (ancora, ormeggi, cucina e le carte nautiche per i turni al timone) senza considerare che magari in caso di emergenza mi sarei trovata impreparata. Invece Lexi oltre alla teoria ci ha portato in giro per toccare con mano, drizze, scotte, randa, fiocco, sartiame, poi per assicurarsi che sapessimo avvolgere correttamente una cima al verricello ci ha fatto fare alcune prove, perché se ti resta un dito dentro la forza del vento te lo trancia di netto, e l’idea non alletta nessuna. Una volta assegnato ad ognuna un compito, siamo partite per una fantastica veleggiata, con sole e vento di traverso a 17/18 nodi, la barca era talmente piegata che ci arrivavano gli schizzi anche oltre la paratia, lei è stata così orgogliosa delle sue Baby Sailors, ovvero neofite, che ha immediatamente scritto un articolo sul suo blog, che riporto qui sotto (in lingua inglese).

Adesso scappo perché ho molte cose da fare, sto iniziando il conto alla rovescia per la traversata atlantica, ma ve lo racconterò in un articolo a parte… giuro che lo pubblicherò prima di partire, ovvero tra una settimana circa.

Jolly Harbor Bay

Estratto dal blog di Captain Lexi

All Girl Crew

I was contacted by an Italian girl, Stefania, who is down here in Antigua waiting to crew a yacht across the Atlantic. She answered my ad looking for crew, she thought hey, why not make friends with another girl sailor down here. Although she was not in a position to come be my crew she does have a week free. She offered to bring some friends and help me sail WildChild over to Jolly Harbour. So Yesterday we did exactly that.I admit I forgot to turn on my GPS tracker for the sail yesterday so it looks like WildChild just magically appeared back in Jolly Harbour, whoops my bad.

Stefania was the glue that made this wonderful moment happen. She had recently met these other sailor girls thru facebook and all three of these women were happy to come meet me and help me move WildChild around the corner. If you have been following me for any length of time you will know that I am very much about female empowerment, I just love girl power.

This was a wonderful opportunity for me to meet other girls down here, make friends and get WildChild moved. I have never had 3 crew onboard before so I was a little worried it would be a challenge for me. I had never met any of these girls before yesterday. I brought my dinghy to shore and picked them up on the beach as planned and brought them home with me.

I was unsure about what their individual sailing skill level was and I knew nothing about their backgrounds. We sat down below on WildChild for an hour talking and getting to know each other. Each girl explained a little bit about their sailing background and experience. I asked for permission to give them a very short course in Captain Lexi’s sailing school to make sure we could all communicate using the same technical sailor language. As Stefania is Italian and Lissi is from Guatemala and speaks Spanish and Xiaolei is Chinese / German and English is her third language I knew we would need to bridge the language barrier. Sailing is so full of technical terms it is confusing for even native English speakers to learn and understand. None of these girls spoke English as their first language so I knew it would be harder for them. I knew they would need me to communicate clearly for them so they could follow.

It went great. The one thing that struck me was these girls, who have all been sailing with other (Male) captains had never been taught these terms before. Nobody had ever taken the time to actually explain the sailing fundamentals to them. Each girl had stories about how terrible it was crewing for men, how men grunt and expect them to read their minds. How male captains made them feel either like servants or to feel stupid for not knowing things. One girl crewed for a man for 2 months spending 8 hours a day cooking and cleaning for him for free, one day he turns to her and says “what’s wrong with you…. you act like you do not enjoy serving a man..?” ….!!!!   The girls stories really touched me and I know full well their crewing stories are not unique. Most Captains are men and most Captains are terrible teachers and communicators.

These girls were so happy to have the chance to crew for a female captain and they all just loved the experience. All three girls were just beaming with big smiles the whole sail, happy and appreciated. They thanked me so much for teaching them and explaining things to them and giving them the chance to learn and thrive. A good Captain can figure out how to empower her crew and bring the best out of them and I did a great job with these girls. They did a wonderful job as my crew. A boat full of estrogen was a wonderful experience of kindness and mutual cooperation.

We set sail around noon as planned for the short 5 mile sail over to Jolly Harbour. Being the queen of safety that I am I made everyone wear lifejackets and sailing gloves. I worked hard to make sure I was communicating clearly and making things easy for them to understand. I assigned each girl a station to control and before each maneuver I explained the dance we would all perform together as a team. Everything went so well. Raising the main sail, pulling the Genny, tacking when we had to, just so smooth and perfect.

These girls were a pleasure to have on my boat and I am so grateful to each of them for their help. Sailing is so wonderful when you have good crew, just a joy instead of a chore. With girls there was never any power struggle or challenging of the Captain. Each girl only wanted to be part of the team and figure out how they could help. Stefania was particularly wonderful to have onboard, she has a natural desire to watch and figure out how she can help, looking ahead. 

Any future Captain that is privileged to have her on board as crew is a lucky Captain. I got excited to see my girl crew drawing deep within to find their girl power to conquer the sailing tasks. Who says girls are not strong enough to handle a race boat.

We were running full Genny in 13-18 knots of beam reach wind and WildChild has huge 1 inch thick Genny sheets that are sheeted in manually using huge Barrient32  two speed winches. When sailing beam reach full Genny there is a lot of pressure on the sails. Even grinding the winch on low speed is still very hard. I watched with pride as Stefania got her whole body into the winch handle grunted under the strain but never wavered or failed to sheet the Genny….   GIRL POWER at it best.

Or check this out, little Chinese Xioalei is like 5’2″ tall and maybe weighs in at 120 pounds. This tough girl with lots of ocean experience was doing the main sail work for me. As we start to bring WildChild in a close haul into the wind we have to bring the main traveler up to windward. Under full sail and with good winds, even the reduction blocks are not enough to remove all the pressure on the main traveler sheets. This girl pulls and pulls and cannot move the car. I tell her she is doing great and not to quit, that she can do this. Xiaolei is smiling and determined, she digs deep inside to call upon her inner girl power, wraps both hands around the line, braces her foot against the companionway and uses her entire body to heave the car to windward. Despite the enormous load forces on the car this tiny girl can do it, she wins, she conquers the boat.

I was so proud of her I burst out whooping in excitement. She was smiling ear to ear when she won. Girls have been told by men their whole lives that they are “just a girl” and they cannot do things. I tell girls they “ARE A GIRL” and therefore they can do anything they put their mind to once they find and harness their inner girl power.

I admit… I just loved sailing with these girls. I just loved seeing what they could do when they were empowered by a good Captain like me. That was one of the best sails WildChild ever had and it was because of the spirit of the all girl crew.

Thank you girls

Captain Lexi

Imbarcata “alla pari” alle Grenadine

Vi riassumo i miei 2 mesi e mezzo alle Grenadine.
A fine dicembre dopo mille peripezie ed un lungo viaggio sono giunta sull’isola di St Vincent, dove ho passato 10 giorni di quarantena in un alloggio approvato dal governo prima di potermi imbarcare su bellissimo catamarano di 60 piedi, come equipaggio alla pari. Gli accordi erano: cucinare tre pasti al giorno, occuparmi della cambusa, fare un minimo di pulizie in cambio di vitto ed alloggio.

The Catamaran

La mia intenzione, o meglio desiderio, era quello di navigare, ma ahimè tra protocolli anti covid e problematiche varie legate alla manutenzione della barca siamo stati praticamente sempre fermi. Il capitano continuava a rimandare la partenza per Antigua, fino a quando ho capito che non ci saremmo mai andati. Si ipotizzava un viaggio verso gli Stati Uniti, ma io non ero interessata a quella destinazione, inoltre noi europei non possiamo entrare via mare con l’ESTSA (il visto che so ottiene on line e che dura 2 anni), ma occorre ottenere un visto particolare rilasciato dall’ambasciat a Americana, la più vicina è a Barbados ma in questo momento è chiusa.
Abbiamo passato il primo mese a Bequia, nella baia di fronte a Princess Margaret Beach, il secondo invece (febbraio) a Frigate, nell’isola di Union Island, e ad oggi 7 marzo sono ancora lì e ci staranno almeno un altro mese se non di più.

Frigate Bay
Le mie giornate iniziavano alle 6.45 quando mi svegliavo per preparare la colazione, ovvero uova, bacon, salsiccette, toast, caffè, a volte pancakes, a volte porridge. A seguire ripulivo tutta la cucina e davo una spazzata nel salone. Alle 10.30 preparavo uno snack per skipper e capitano intenti a riparare qualcosa… Anche sulle barche più nuove c’è sempre qualcosa da sistemare.
In un attimo era ora di preparare il pranzo, ho fatto pasta al forno, pizze, focacce, pane, torte…

Nel pomeriggio finalmente c’era tempo per un bagnetto, un tuffo, due pagaiate con il Sup. Un paio di volte a settimana bisognava fare provviste, i negozi qui scarseggiano, o meglio, la scelta è veramente limitata. Per quanto possa sembrare assurdo, si fatica a trovare frutta e verdura, e quando la si trova i prezzi sono altissimi. L’ananas 12 euro, 4 pomodori 10 euro, per non parlare di zucchine e carote! Alcuni esempi 1 baguette 5 euro, 1 pacco di pasta da 300 grammi 3 euro, da noi si trova a 70 centesimi al chilo.

Verso le 17.30 era già tempo di rimettermi ai fornelli, perché il capitano, americano, vuole cenare verso le 18.30/19.
Questo si è ripetuto per più di due mesi, senza giorni liberi, colpa mia che son stata zitta e non li ho chiesti. Ok, qualche volta siamo usciti a pranzo o a cena, ma la colazione non l’ho mai saltata. La barca è sempre stata in rada all’ancora, mai ormeggiati in Marina, anche perché su queste isole non esistono porticcioli turistici, solo l’ultima settimana mentre il capitano faceva kite ho avuto la possibilità di farmi una passeggiata, di staccare un po’ e di essere indipendente.


Avrei voluto tanto fare kite anch’io, difatti mi ero portata il mio trapezio, ma inspiegabilmente il francese che ha l’attività a Frigate mi ha tenuta in stand by per circa 10 giorni, rimandando puntualmente la mia lezione per un motivo o per un altro, cosa che ha creato in me una profonda frustrazione e nervosismo.
Tutto il contesto era bellissimo, non fraintendermi, ma troppo ripetitivo e riduttivo in quando questi luoghi li avevo già visitati a lungo tre anni fa, quando ho lavorato come cuoca su un altro catamarano. Quindi ho deciso di cambiare rotta, di non tollerare un qualcosa che non mi faceva stare bene.
Dopo aver parlato al capitano e spiegato gentilmente le mie motivazioni ho cercato un’alternativa, che poteva anche essere quella di rientrare in Italia, ma mi spiaceva aver investito tempo e danaro per non aver navigato quanto desiderassi.
Magicamente si è aperta un’altra porta e dopo aver riorganizzato la trasferta, ovvero prenotato, test PCR, volo, hotel e transfer, ed avuto l’esito negativo del tampone, sono sbarcata dal catamarano per intraprendere una nuova avventura.Ho preso un traghetto da Union Island per raggiungere l’isola principale, St Vincent in cui ho dovuto pernottare due notti, dato che l’ultimo ferryboat parte di venerdì ed il volo per Antigua c’è solo alla domenica.
Durante lo scalo alle Barbados mi hanno rifatto il tampone, anche se ero solo in transito per tre ore. La destinazione finale richiedeva un tampone fatto 7 giorni prima, ma qui lo volevano fatto al massimo nei 3 giorni precedenti, questa cosa non era specificata sul sito del governo o della compagnia aerea, fortunatamente non sono stata bloccata e mi hanno comunque fatto imbarcare. La cosa assurda è che l’esito si avrà dopo 48/72 ore… Che senso ha farlo ai passeggeri in transito?
Curiosità: le infermiere in aeroporto non parlavano inglese perché erano cubane, chiamate a lavorare a Barbados per l’emergenza Covid, sono state super gentili e contentissime di poter parlare spagnolo con me.

Sono arrivata sulla nuova barca alle 21 circa, ho trovato ad attendermi un ragazzo che mi ha dato le prime info basilari e mi ha fatto trovare la spesa in cambusa, mi toccherà passare 14 giorni in quarantena, ma la location non è affatto male, sono ormeggiata nella baia di Falmouth. Dopo una bella dormita ho iniziato ad ambientarmi, sarò a bordo di questo Benetau di 52 piedi da sola per circa un mese e quando arriverà il capitano la prepareremo per la traversata atlantica verso l’Italia.
Ma i racconti dettagliati… Alla prossima puntata! 😉

Morale :
Non bisogna arrendersi davanti alle delusioni, ma andare avanti.
Ne dovrò affrontare sicuramente molte altre, ma l’adrenalina della novità mi dà la forza. E gli ostacoli che incontro, li salto!

Azzardare un viaggio ai Caraibi durante la pandemia Covid-19

Oggi è il 22 dicembre 2020 e sono ai Carabi.

Non ho raccontato quasi a nessuno della mia partenza, un po’ per scaramanzia, un po’ perché non ero sicura al 100% di riuscire ad arrivare a destinazione.

Se state per dire che ho messo a rischio la mia salute e quella di altri, vi rispondo che ai centri commerciali, che io tra l’altro non frequento, la situazione assembramenti è di gran lunga peggiore.

Per essere prudente, prima del viaggio sono stata in isolamento e non ho nemmeno salutato le mie amiche di persona. Negli aeroporti e sui voli mi sono consumata le mani a forza di lavarle e disinfettarle, ho cambiato spesso le mascherine e le ho riposte in bustine sigillate.

Ma partiamo con ordine. Lo scorso autunno dopo che il governo ha bloccato nuovamente il settore congressi ed eventi (quello in cui lavoro), ho pensato di cercare un imbarco per la traversata atlantica. Ogni anno tra Novembre e Dicembre, grazie alla spinta degli Alisei, salpano dalle Canarie o da Capo Verde diverse imbarcazioni a vela in direzione Carabi o Brasile. Ho cercato sui siti di ricerca equipaggio qualcosa adatto a me, avevo alcune proposte interessanti ma, ad un certo punto, degli imprevisti mi hanno bloccata a casa fino al 10 dicembre. La situazione Covid aggiungeva incertezza sugli spostamenti, ho pensato che forse non era l’anno giusto per fare l’Atlantic Crossing, primo perché ormai era tardi, la maggior parte delle barche era partita e tra le poche rimaste, se anche ne avessi trovata una last minute, non avrei avuto tempo di conoscere equipaggio e capitano prima della traversata, che dura tra i 15 e i 20 giorni se tutto va bene, inoltre se a bordo ci sono solo tre o quattro persone i turni al timone diventano troppo lunghi e/o ravvicinati, e se qualcuno da negativo o asintomatico avesse accusato gravi sintomi in alto mare? Insomma stavo vedendo più contro che pro, quindi meglio evitare.

Avevo quasi rinunciato all’idea di svernare ai Carabi quando, con il supporto di mio figlio, sicuramente stufo di avermi tra i piedi da circa un anno (viaggiando per lavoro di solito manco da casa diversi giorni al mese), mi sono lanciata nella spasmodica ricerca di un volo.

Sono stata attaccata al PC da mattina a notte per circa due giorni, per leggere tutti i protocolli necessari per arrivare a St Vincent & the Grenadines, e quali paesi avrei potuto attraversare “in transito”, ho cercato un volo che non facesse scalo negli Stati Uniti per via del travel ban, ma nemmeno in UK la situazione sarebbe stata facile. Ci sono dei voli diretti Europa-Caraibi da Francia e Olanda, ma arrivando da Cagliari è praticamente impossibile giungere a Parigi o ad Amsterdam in tempo per prendere un volo mattutino, avrei dovuto pernottare all’estero, cosa impossibile di questi tempi, come era impossibile cambiare aeroporto, causa quarantena una volta usciti dall’aerea “sterile”. Inoltre la comodità del volo diretto verso le ex colonie francesi od olandesi, Martinica o St Marteen sarebbe poi stata annullata completamente dalle quattro, sì quattro coincidenze necessarie per arrivare a St Vincent, avrei dovuto fare la pallina da ping pong tra Guadalupe, Dominica, Barbados, St Lucia.

Che fare quindi? Sono andata a ritroso facendo il percorso inverso, cercando le compagnie che effettuano voli diretti a SVD, ne ho trovato uno da Toronto con Air Canada ma ovviamente non c’è tutti i giorni; dopo essermi accertata sul sito del governo canadese che potessi fare scalo sul loro territorio, ho cercato un volo Italia-Toronto.

La tecnologia odierna, bisogna ammetterlo, è fantastica, sul sito Canada Gov ho trovato un questionario in cui inserendo i dati del passaporto e le destinazioni di partenza e arrivo escono le informazioni sulla documentazione necessaria personalizzata, incluso un link per fare e pagare il visto direttamente on line, inserisco i dati della carta e dopo aver pagato 4 euro il mio eTa è arrivato sulla casella di posta elettronica.

Una volta risolta la parte voli, devo concentrarmi sul test Covid-19. Tra le procedure richieste per poter arrivare a Saint Vincent bisogna effettuare un test molecolare non oltre 5 giorni prima dell’atterraggio e naturalmente deve avere esito negativo. Il mio volo arriva di lunedì ma lascio la Sardegna il sabato precedente, non ho molto margine, considerando anche i tempi per avere il referto (48 ore). I test a pagamento si possono fare in diversi laboratori, ma non l’ RT-PCR, in Sardegna ne sono stati accreditati solamente due, uno ad Olbia ed uno in provincia di Cagliari. Chiamo immediatamente ma non danno informazioni telefoniche, vado sul sito e compilo il relativo form di prenotazione per essere richiamata, passa una settimana e non sento nessuno, vado di persona ma non ottengo riposte, alla fine prenoto ad Olbia, dove c’è la possibilità di scegliere data e fascia oraria, pagando (65 euro) esclusivamente on line si ottiene immediatamente la conferma dell’appuntamento.

A questo punto, procedo con il resto delle cose richieste dal governo di SVG:

  • prenotazione dei 5 giorni di soggiorno obbligatori presso una struttura da loro approvata
  • compilazione del Pre-Travel Form con annessa conferma hotel
  • prenotazione taxi autorizzato per il trasferimento in hotel

Sorpresa: un amico che si trova alle Grenadine mi avvisa che il governo ha cambiato le regole d’ingresso, il test deve essere fatto al massimo 3 e non più 5 giorni precedenti l’arrivo… help!! Pregando in cinese avviene il miracolo e riesco a fissare un test anche a Cagliari lo stesso giorno della partenza.

Questa l’agenda:

Venerdì 18 Dicembre ore 06.00 Cagliari-Olbia 3 ore e 20 minuti.  Attesa di 2 ore e mezza al Drive-in per il primo tampone molecolare. Olbia-Cagliari altre 3 ore e 20.  Miracolosamente alle ore 18.00  arriva via mail l’esito (negativo), ottimo servizio!

Sabato 19 Dicembre ore 10.00 secondo tampone molecolare. Ore 17.45 volo Cagliari-Roma, pernottamento presso un Bed & Breakfast a Fiumicino a pochi minuti dall’aeroporto.

Domenica 20 Dicembre ore 06.00 transfer in aeroporto, fila chilometrica e ben ditanziata al check-in Lufthansa per controllo documentazione. Ho ricevuto i complimenti della hostess per aver fornito tutti, ma proprio tutti i documenti richiesti, autocertificazioni, visto canadese, ricevuta bagagli in stiva, test negativo, travel form, etc etc. lei chiedeva ed io Taaac! da vera milanese, esibivo. Segue volo di circa due ore Roma-Francoforte, immancabile Pretzel in aeroporto. Mi connetto ad internet e rimango sbigottita dalla mail con il secondo referto (negativo), dai la sanità italiana non è messa poi così male. Alle 13.00 volo di 9 ore Francoforte-Toronto. Scalo in aeroporto di sole 18 ore, incluso tentativo di pernotto su scomodissime sedie, interrotto da brividi per temperature glaciali. Indossavo una canotta in cotone, un maglioncino, un pile, un piumino leggero ed un giubbino antivento ma non sono bastati, ho provato anche a coprirmi con il trapezio da kite, in effetti qualcosina ha fatto.

Lunedì 21 Dicembre sarei dovuta partire alle ore 09.15 ma con mia grande gioia scopro che c’è un ritardo di più di un’ora, il volo Toronto-St Vincent dura circa 5 ore. All’arrivo altra lunghissima coda ed estenuante attesa di quasi tre per controlli Covid ed Immigrazione, finalmente arriva il mio turno, mi fanno accomodare ad un bancone con 10 signorine completamente bardate che registrano i passeggeri in arrivo, prendono nota di dove alloggiano e danno istruzioni per la quarantena. Dato che di tamponi ne ho fatti due a me non lo fanno all’arrivo, ma verranno a farmelo a domicilio al quarto o quinto giorno e a seconda del risultato mi diranno cosa dovrò fare, se potrò terminare la quarantena in altro luogo, sempre monitorata, oppure restare qui, comunque per 14 giorni non potrò socializzare.

Prima ancora di aver prenotato il volo avevo scaricato l’elenco degli alloggi approvati per passare la quarantena, ho inviato almeno 15 mail per avere dei preventivi, tra tutte ho scelto un mini appartamento che è sicuramente più grande di una camera d’albergo ed inoltre ho la possibilità di mangiare all’ora che voglio. Nella lista ci sono anche resort lussuosi che si affacciano sul mare ed offrono 3 pasti giornalieri, da consumare esclusivamente in camera, ma se tanto sono confinata tra le mura, che senso ha essere in un posto figo sulla spiaggia?

Agli Skyblue Beach Apartaments ci sono diversi mini appartamenti composti da soggiorno con angolo cottura super attrezzato, camera da letto, bagno, wi-fi, tv, aria condizionata e pale sopra il letto, tutti hanno una verandina affacciata sul giardino. Alcuni giorni prima della partenza ho inviato la lista della spesa alla proprietaria che me l’ha fatta trovare in casa, insomma per ora mi sento proprio a mio agio. Ho da leggere, una valanga di film da vedere, ho addirittura scaricato un App che si chiama “addome”, ben 15 minuti di allenamento quotidiano, chissà che fisico a fine quarantena! 😉

Ma in tutto questo mi sono dimenticata di dire che ho affrontato ‘sto sbattimento perché ho ricevuto un invito a far parte dell’equipaggio di un fantastico catamarano.

Quindi se si vuole veramente una cosa, mettendosi d’impegno e seguendo con attenzione tutte le regole, la si ottiene.

I will keep you updated. Forse.

PS: sono stata molto indecisa se e quando pubblicare questo articolo, per ora l’ho scritto perchè mi piace mettere nero su bianco le mie avventure, e se lo state leggendo avrò deciso di condividerle. 😊

Il lungo viaggio verso Dakhla

In questo periodo di clausura forzata, avendo la fortuna di abitare in una villetta situata in campagna a circa 5 km dal mare del golfo di Cagliari, circondata da 1000 mq di terreno piantumato, mi sono presa una pausa dai social network e mi sono tenuta occupata con lavoretti di bricolage e giardinaggio.  E, diciamo, che il primo mese è passato piuttosto velocemente. Ora però, comincio a sentire la mancanza del lavoro, una Tour Leader non è abituata a star ferma, ma come potrete immaginare, tutti i viaggi e gli eventi di Marzo, Aprile e  Maggio sono stati cancellati, sono speranzosa per la stagione estiva, ma chissà.

Nel frattempo ho pensato di ritornare col pensiero al Marocco, l’ultimo viaggio di piacere che ho fatto lo scorso febbraio.

Dopo aver trascorso un paio di settimane in solitaria nella zona costiera della provincia di Agadir, sono stata raggiunta dalla mia amica Fedra.

Abbiamo deciso di andare a fare un corso di kite surf nella laguna di Dakhla, nel West Sahara, una regione situata all’estremo sud del Marocco, al confine con la Mauritania. Ovviamente la maggior parte della gente, diciamo pure i kiters, la raggiungono in aereo, ma noi no! Vogliamo vedere per bene tutta la costa, ma proprio tutti i 1200 km che separano le due località.

Fedra atterra ad Agadir alle 19:30, io l’attendo direttamente alla Gare Routiere da dove, alle 22.10  parte il nostro autobus. Non amando la lingua francese (alle scuole superiori  preferivo di gran lunga il tedesco) , non mi preoccupo di capire che Gare “Routiere” non è il nome proprio della stazione, ma bensì il nome generico che significa solamente Stazione degli Autobus, esattamente per questo motivo Fedra viene portata dal tassista da un’altra parte, ma questo io non lo so ancora, perché i telefoni con Sim italiane non funzionano e non abbiamo altro modo di comunicare. Calcolando circa mezz’ora tra sbarco/ritiro bagaglio /controllo passaporti, più un’altra mezzora di trasferimento, mi aspetto di vederla arrivare intorno alle 20.45/21:00, stando larghi. Ma niente, alle 21.45 ancora non si vede. Comincio a preoccuparmi e non so che fare, esco, rientro, salgo, scendo, insomma ispeziono ogni angolo del terminal ma di Fedra nemmeno l’ombra.  Fortunatamente sono scortata da due prodi surfisti siciliani, perché come in tutte le stazioni del mondo, la sera non gira bella gente, mi hanno dato un passaggio in auto e si sono fermati ad aspettare la nostra partenza. Sono indecisa sul da farsi: Parto comunque o resto ad aspettarla all’infinito? Avrà perso il volo? Ma come si faceva quando non c’erano i cellulari? Eppure dovrei saperlo dato che ho iniziato a viaggiare da sola nel 1984. Boh. Il bus è al parcheggio, la gente comincia a caricare i bagagli e a prendere posto. Oh, finalmente alle 21.55 appare miracolosamente la mia amica. Tiriamo un sospiro di sollievo e ci accomodiamo.  Ecco appunto, analizziamo la parola “accomodarsi” ovvero mettersi comodi. C’è qualcosa che non mi convince, i sedili sono normalissimi , minimamente reclinabili e noi dobbiamo trascorrere ben 22 ore su questo autobus, sul sito su cui ho prenotato lo pubblicizzavano come “Comfort Luxury Bus”, sedili enormi e completamente reclinabili con poggiapiedi, dotato di connessione Wi-Fi e toilette, ma dov’è tutto questo? Siamo sicuri che sia il bus per Dakhla? Ora chiedo.  Eh sì, pare semplice. Ci guardiamo intorno, sono tutti marocchini, anzi precisamente berberi, non capiscono nemmeno il mio francese scolastico, zero inglese. Su 54 posti, solo 4 sono occupati da donne, le altre sono due anziane con i rispettivi mariti e noi diamo piuttosto nell’occhio e provochiamo curiosità. Dopo solo dieci minuti dalla partenza l’autobus effettua una fermata in una specie di deposito, ah ecco sicuramente dobbiamo cambiare mezzo, dal finestrino vedo un bus con la scritta “Luxury Voyage”, lo indico ad un signore seduto dietro di noi, col quale siamo riuscite a comunicare in portoghese, ma si mette a ridere e ci fa capire che quelli sono usati esclusivamente per le tratte internazionali, sono gli autobus che vanno in Europa. Sigh. Tristezza. Ma quindi cosa si è fermato a fare? Sale un inserviente con secchio e mocio ed inizia a lavare il corridoio, ma non poteva farlo prima di partire, quando era vuoto?! Al nostro sguardo perplesso i vicini di posto mimano persone che vomitano, capiamo che nella tratta da Casablanca ad Agadir ci sono molte curve ed ecco spiegato anche quell’odore agro. Che bel viaggio che si prospetta e non abbiamo nemmeno le salviettine umidificate!

Proviamo a dormire, ma ogni due ore il bus (chiamiamolo pure corriera o torpedone) effettua una sosta di 20 minuti in posti sperduti nel nulla, la gente scende a qualsiasi ora della notte per mangiare e bere, noi vorremmo solo andare in bagno ma vi lascio immaginare come siano le condizioni igienico sanitarie, non sono schizzinosa, però preferirei farla dietro un cespuglio, ma ahimè siamo nel deserto!  Forse proprio per questo motivo noto un signore molto anziano (seduto davanti a noi ma dal lato opposto) che ravana sotto la sua tunica, la moglie gli passa una bottiglia di plastica… no dai, non ci voglio pensare.  Purtroppo invece è così, e guardando sotto al sedile notiamo il pavimento bagnato… basta, basta, ok mi fermo qui.

In un batter d’occhio si fa giorno, così ho modo di guardare dal finestrino. Il deserto, ancora deserto, altro deserto. Bello, affascinante e non sempre uguale, di sassi, di sabbia chiara, di sabbia ocra, a volte ci sono anche le dune.  Lungo le interminabili strade semi-deserte sorgono delle piccole casette dai colori pastello che sembrano quelle delle bambole ma invece sono dei posti di blocco, le guardie della Gendarmerie Royale salgono almeno sei volte a controllare i passaporti, soprattutto i nostri, abbiamo creato un diversivo nella monotonia della giornata.

Durante una delle ultime soste, facciamo quattro passi intorno al bar della stazione di servizio, e notiamo  dei cammelli che stanno attraversando la strada, li seguiamo per fotografarli da vicino ed è così che noto una cosa sconcertante: il deserto è pieno zeppo di rifiuti, soprattutto plastica, alcuni imballaggi rotolano col vento, altri sono parzialmente incastonati nel terreno. Che disastro, il mondo è una grande discarica di spazzatura.

Finalmente verso le 19.00 e con un’ora di ritardo, giungiamo al terminal dei bus a Dakhla City, dove ci aspetta l’autista del nostro Kite center il Dakhla Attitude che sorge sulla laguna, che non è mica una pozzanghera, anzi è lunga ben 45 km! Arriviamo giusto in tempo per goderci uno spettacolare tramonto, non ci muoveremo per una settimana che sarà scandita da ritmi regolari ma rilassati, tra le 10:00 e le 23:00, colazione, kite lesson, pranzo, kite lesson, aperitivo, cena, nanna. Io sono una che si stufa in fretta a star ferma, ma sinceramente in questo luogo non si sente la necessità di uscire dal camp, primo, perché se la motivazione del viaggio è fare sport, non si ha tempo di fare altro, secondo, perché è talmente vasto e bello che non ce ne sarebbe motivo, quando c’è bassa marea poi si può passeggiare sulla laguna fino a raggiungere Dragon Island, una grande roccia che sorge nel mezzo.

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Dakhla sunset

Il posto è fantastico, svariate casette color Blu Tuareg di diverse metrature, si inerpicano su una dolce collina di fronte alla laguna, ai piedi degli alloggi si trova il ristorante, il pub serale, il beach bar, la palestra ed ovviamente il centro sportivo dove si programmano le lezioni  o dove si può noleggiare l’attrezzatura Kite e Windsurf. Insomma il luogo è incantevole, il cibo ottimo, il clima perfetto per chi adora il vento, unica nota negativa è che la maggior parte dei clienti è di nazionalità francese, non me ne vogliate, ma anche qui si sono confermati alquanto distaccati e poco socievoli, vabbè chissenefrega io sono in ottima compagnia!

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Il mezzo per ritornare al nord, esattamente a Marrakech, ci siamo riservate di deciderlo last minute. Dopo aver controllato i prezzi, ovvero 62€ per un’ora e 40 minuti di volo, contro 50€ per 26 ore di bus, indovinate cosa abbiamo scelto stavolta? 😉

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Aeroporto di Dakhla

Qui trovate un breve video della laguna di Dakhla.

 

 

 

 

Social Network Life VS Real Life

“Che bella vita” sembrano comunicare le mie foto.
Negli ultimi anni ho girato il mondo in lungo e in largo, soprattutto in barca a vela dalle isole Fiji ai Caraibi, dalla Grecia alla barriera corallina australiana.
Ho passato lo scorso autunno viaggiando per lavoro tra Amburgo, Shanghai ed il Kenya. Poi a casa nella splendida e soleggiata Sardegna.
Ma dentro di me una nuvola nera si impossessa del mio umore.
Quindi cosa si nasconde dietro ad un’immagine sorridente nei luoghi più incantevoli del mondo? Inquietudine e tristezza.
Ma come? Mi sento dire: hai una vita invidiabile, sei una persona in gamba, una donna indipendente, in salute, in forma (o quasi)… E io mi chiedo: cosa cavolo mi manca? Perché mi sento incompleta? Perché vorrei sempre essere chi non sono?
Mi ritrovo in Marocco a guardare il soffitto della camera e a piangere, anziché godere di questa vacanza, assurdo!

Sto lottando per farmi forza e per focalizzarmi su ciò che ho e non su ciò che mi manca. Ma non è sempre facile.
Ultimamente alcune piccole sconfitte, mi hanno demoralizzata. La fine di una relazione in cui avevo veramente creduto ha riacceso la mancanza di affetto dovuta alla perdita prematura dei miei genitori, poi a causa del corona virus hanno cancellato due eventi/viaggi di lavoro che avrei avuto a marzo, aggiungiamoci qualche elettrodomestico rotto e conseguente spesa imprevista e il morale va sotto ai piedi.
A fine gennaio sono partita per il Marocco dove avrei dovuto fare volontariato in un canile, luogo in cui immaginavo di colmare il vuoto nel cuore, dando e ricevendo amore dai pelosetti, ma come ho già raccontato è stato un fiasco e mi sono pure ammalata, poi sono arrivata a Dahkla a fare il corso di kitesurf, ma ahimè la lezione non è andata come speravo, non ho il livello che pensavo di avere raggiunto l’estate scorsa.
E booom, sono caduta nel baratro.
Ho deluso le mie aspettative, lo so, lo so, non bisognerebbe avere aspettative. Ma come si fa?
A volte mi domando: cosa ci faccio in giro per il modo da sola a 53 anni? Perché non sono a casa sul divano con il mio Mr Smith?!
Perché non sono una di quelle donne appagata dallo shopping che si appassiona alle trasmissioni di Maria de Filippi?!
Cosa pretendo da me stessa, voglio essere la donna bionica?! Guardo le migliaia di giovani travel blogger e mi chiedo se anche le loro foto nascondano dei momenti “no”.
Dopo un po’ di seghe mentali e una mattinata sotto al piumone ho aperto YouTube e tra i video suggeriti (dato che siamo spiati) c’era un sulla depressione. (Questo il link)
Io non sono per nulla spirituale ma l’approccio ironico ed il modo di spiegare le cose di questo Sadhguru mi han fatto scattare la voglia di ritirarmi su, di godermi ciò che ho e di riprendere le lezioni di kite (a destra vado abbastanza bene, devo perfezionare la partenza a sinistra, ma devo accettare il fatto che non sarò mai una campionessa).
Mi sono sentita veramente stupida a lamentarmi e a crogiolarmi nella tristezza, sprecando del tempo prezioso. Bisogna decidere di voler essere felici, ora sono con una carissima amica che ha compreso il momento “down”. Tutti noi passiamo dei periodi neri, giuro che cercherò di lasciare andare i pensieri negativi e di focalizzarmi sul bello. Tipo una birra ghiacciata al tramonto.
Cheers!


PS : ho scritto questo pippone perché magari altre persone si sentono così, ed il detto “mal comune, mezzo gaudio” è vero!
Dakhla, West Sahara, Morocco

Chilling in Tamraght

Come mi era già capitato altre volte, l’inizio del viaggio é stato un fiasco.
In principio mi sono fatta prendere dallo sconforto per la deludente opera di volontariato che non ho potuto offrire ai miei adorati cagnolini…

Poi mi sono anche ammalata, mal di gola e raffreddore di sicuro, probabilmente anche qualche linea di febbre, ma chi lo sa, di certo non mi porto dietro il termometro.

Fortunatamente il bed and breakfast che ho trovato é molto accogliente, per meno di 10 euro a notte ho una camera matrimoniale con bagno condiviso) e una tipica colazione marocchina, servita in terrazza panoramica vista mare, per me é perfetto!

Si chiama Aga Chili e si trova a Tamraght, un paesino a nord di Agadir, recentemente divenuto metà di surfisti per via delle costanti onde oceaniche. In questi giorni tra l’altro, nel paese qui affianco, si è svolta una competizione internazionale di Surf, il Pro Taghazout Bay, a cui mi hanno accompagnato i gestori del B&B, anch’essi appassionati di surf.

A tirarmi su il morale però, ci hanno pensato un paio di surfisti italiani, quei famosi amici di amici di Facebook (vedete che a volte serve a qualcosa?!), che svernano qui, i quali mi hanno gentilmente scarrozza a destra e a manca mostrandomi luoghi meravigliosi, come le dune di Tamrit, la Paradise Valley, Devil’s Rock, ho pubblicato un po’ di video e foto anche sul mio profilo Instagram, che ovviamente si chiama sempre Vagabondingirl.

Ora non mi resta che attendere l’arrivo della mia amica Fedra con cui passerò altre due settimane, prima nel profondo sud e poi di nuovo verso il nord del Marocco.


Ah vi lascio un’idea dei costi sostenuti fin’ora:
• Volo a/r BG-Agadir 36€ (escluso bagaglio)
• Pernottamento e colazione in b&b 9€ a notte
• Pasto ristorantini locali sulla strada 5/6€
• Frutta in spiaggia 2€ (ma forse ora che ci penso mi ha fregato e avrei dovuto trattare)
• Filone di pane o pagnotta araba grande 10 cents
• Al Market: scatoletta tonno 1€, coca cola 50 cents, confezione datteri 75 cents (da noi a Natale mi pare lì vendano ad almeno 3€!)
• Pizza e 2 birre 15€ in ristorante fighetto (gli alcolici sono vietati dalla legge del Corano, pochissimi locali hanno la licenza e li vendono a caro prezzo proprio per non incoraggiarne il consumo)

Sailing on Grateful, i benefici della gratitudine

Eccomi qui, sul volo che mi riporterà a casa, a tirare le somme di questi 10 giorni in mare. Ma partiamo dall’inizio.

Come al solito senza troppe riflessioni prendo e parto, così d’istinto.

Seguo però già da alcuni mesi, su Instagram e Facebook, le avventure e le rotte di Grateful Travel, una barca a vela di 15 mt, per gli esperti un Beneteau Sense 50.

Il capitano, un americano che da circa un anno ha deciso di inseguire il suo sogno di veleggiare intorno al mondo, pubblica spesso video e foto, quindi mi sembra quasi di conoscerlo già… la sua voce, le risate, la sua storia e le intenzioni. Partendo da Sparta alla ricerca delle sue origini greche (nonni materni) sta navigando per tutto il Mar Mediterraneo, alternando periodi di solitudine e periodi in cui l’equipaggio (amatoriale) arricchisce la barca di consigli, ricette, musica, arte in maniera multiculturale. Il periodo estivo è un susseguirsi di gente che sale e che scende, tra le isole dei più spettacolari arcipelaghi Greci, ma adesso è solo.

Dopo qualche scambio di mail concordiamo il periodo, l’unico mio momento libero tra un evento e l’altro é fine settembre; l’autunno é sempre intenso per noi Tour Leader.

Grateful risale da Itaca a Corfu, per poi toccare le coste dell’Albania e del Montenegro, da qui in una giornata attraversa il mar Adriatico e giunge in Puglia.

Ci incontriamo a Brindisi, con un comodo bus che dall’aeroporto per solo 1 euro porta in centro, raggiungo il molo indicatomi dal capitano, con grande meraviglia e stupore mi rendo conto che la barca é ormeggiata in pieno centro storico esattamente ai piedi della scalinata delle colonne romane.

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E’ sabato sera, l’autunno è appena iniziato ed il clima è ancora mite; il centro è gremito di gente che passeggia sul lungomare, mi sento un po’ osservata a stare in barca davanti agli occhi curiosi dei passanti.

Un piccolo approvvigionamento per i giorni in cui non ci potremo fermare nei centri abitati, una pizza in una locanda semplice e poco turistica, poi subito a dormire, perché la partenza è prevista al sorgere del sole.

Il vento scarseggia e le traversate sono lente, ma non avendo nessuna fretta non c’è necessità di accendere il motore per darci una spintarella.

Tocchiamo posti incantevoli lungo la costa e ci fermiamo a visitare Lecce, il capitano rimane incantato ad ammirare l’architettura barocca che caratterizza la città ed attacca bottone con una simpatica coppia di insegnanti del conservatorio di Lecce che ci fanno da ciceroni, in modo da non perdere nemmeno un angolo di questa meravigliosa città.

Passiamo la notte in rada a San Cataldo (Lecce), sono circa le 3 ed un rumore fortissimo mi sveglia di soprassalto, sembra un verso di animale, una specie di guaito con risucchio, accentuato da un rombo di motore, nel dormiveglia penso di avere un incubo e di star sognando un mostro marino, mi alzo di scatto guardo dall’oblò ed una luce bianca mi acceca, mi vesto in un nanosecondo, busso alla cabina del capitano ma ci mette un po’ a svegliarsi, usciamo sul ponte e ci troviamo una motovedetta della Guardia Costiera che ci punta addosso tre enormi fari, ci chiedono da dove veniamo ed io intontita rispondo “Lui è americano ed io di Milano” – pausa – risposta del militare: “Ok, scusate il disturbo, buonanotte!” Ma che ca**, tutto qui?! Ho rischiato un infarto e nemmeno controllano se abbiamo profughi a bordo?!

Proseguiamo passando da altre bellissime cittadine pugliesi Otranto, Santa Maria di Leuca e Gallipoli.

Da qui attraversiamo il Mar Ionio in direzione Crotone, la traversata dura circa 10 ore, arriviamo giusto giusto per goderci il tramonto.

davLa mattina seguente di buon ora leviamo l’ancora in direzione della Sicilia, per sfruttare meglio i venti (quasi assenti) anziché proseguire lungo la costa viriamo verso il largo. Navighiamo tutto il giorno, tutta la notte e di nuovo ancora di giorno per giungere ad Acicastello verso le quattro di pomeriggio. E’ stata bella tosta, 32 ore in mare aperto con al massimo 10/12 nodi di vento, la nostra andatura di conseguenza non ha superato i 4/5 nodi.

Ma la lunga veleggiata è stata ripagata dalla suggestiva cornice che ci ha accolto: la Riviera dei Ciclopi, gettiamo l’ancora tra questi giganti neri di pietra lavica per poi concederci una meritata cena in uno dei tanti ristoranti della baia…  l’indomani il risveglio ai piedi di sua maestà l’Etna è impagabile.

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Ci spostiamo verso Catania ed ormeggiamo Grateful nella marina di fronte all’edifico della vecchia dogana, a due passi dalla cattedrale di Sant’Agata. La città pullula di turisti e di locali, è viva anche di notte. Ammaliati dalle mille cose da fare e da vedere non ci rendiamo conto che il tempo vola e la mia vacanza giunge al termine.

Grata di aver fatto parte dell’equipaggio di Grateful, saluto il capitano, prendo la mia borsa piena di nuove esperienze e di consapevolezza e mi avvio verso l’aeroporto…

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Ero indecisa se aggiungere anche questa parte, ma lo faccio perché tirare fuori le cose fa bene e metterle nero su bianco ancora di più.

Durante questi giorni sono stata investita da uno Tzunami di ricordi, un’onda di emozioni caraibiche mi ha colpita ed affondata. Sono sprofondata in una tristezza indescrivibile, le lacrime scorrevano senza freno. Ogni piccola cosa mi riportava indietro ad un anno e mezzo fa, quando serena e felice lavoravo sul catamarano tra le Grenadine e St Lucia. Il solo gettare l’ancora era come grattare una ferita mal rimarginata. Dopo essermi ristabilita sono giunta alla conclusione che questo viaggio sia stato soprattutto un viaggio introspettivo, ascoltare i racconti personali del capitano è stato come guardarsi allo specchio e ho dovuto affrontare le cose che avevo sotterrato facendo finta che non facessero male. Trovarsi su una barca circondata da tanta acqua e da tanti pensieri, senza la possibilità di evadere né fisicamente, né moralmente (non c’era copertura telefonica e la lettura in navigazione mi fa venire il mal di mare) ti fa per forza di cose riflettere oppure l’unica alternativa che ti resta è quella di osservare le onde e lasciare svuotare la mente.

I pensieri sono come le onde del mare, vanno, vengono, si increspano, spumeggiano si infrangono, svaniscono.
(cit. Romano Battaglia)

A questo link il video che ho montato con le immagini del viaggio.

Grateful

#VagabondinGirl, Acquista il libro su Amazon 😊

E’ con orgoglio ed emozione che annuncio l’uscita su Amazon del libro #VagabondinGirl

lo trovate sia in versione cartacea cliccando qui.

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Dopo mesi di lavoro intervallati da viaggi ed ancora viaggi, son riuscita finalmente a terminare e pubblicare il mio manoscritto.

Potrete leggere consigli per viaggiare a basso costo, le mie esperienze dirette e come il viaggio mi abbia sempre accompagnato e curato nei momenti più difficili dei miei primi 50 anni.

A questo link una bellissima recensione scritta da David Ingiosi, un giornalista che non conosco di persona ma a quanto scrive ha colto in pieno il senso del libro.

… e per gli avidi di immagini, troverete tantissimi album di viaggio ed anche lo foto più imbarazzanti dei miei primi 50 anni, alla pagina Facebook VagabondinGirl 🙂

From Tonga to Fiji on Infinity Sailing Vessel

Ottobre – Novembre 2017  Oceano Pacifico

Dopo 9 mesi son tornata a casa e son riuscita finalmente a montare qualche immagine della traversata oceanica dall’arcipelago di Tonga alle isole Fiji… mare, mare e solo mare per giorni.

October – Novembre 2017 Pacific Oean

After 9 months I’m finally back home and I hat time to edit a short video of my sailing experience from Tonga to Fiji. Sea, Sea … just sea for days.