In partenza per Viti Levu – Fiji

Sabato pomeriggio, siamo rientrati da un giro di commissioni, spesa lavanderia, etc… fa caldissimo. Mi sdraio in cabina a pensare a dove andare quando lascerò la barca. Bussa Daniela, una ragazza di Francoforte che ha finito il suo periodo a bordo e a breve deve partire per Bangkok, mi propone di andare con lei su un’altra isola per sfruttare al meglio i suoi ultimi giorni alle Fiji. Diamo un’occhiata ai voli per spostarci sull’isola principale, Viti Levu. Caspita c’è una super offerta! Non stiamo a pensarci troppo e prenotiamo all’istante. Il volo però parte lunedì mattina presto, dal nord dell’isola in cui siamo, chissà come faremo a raggiungere l’aeroporto, visto che la barca è ancorata nella baia all’estremo sud.

Domenica. Zaino fatto alla velocità della luce, annunciamo al gruppo la nostra imminente partenza, ci rimangono un po’ male, ma comprendono e ci augurano buona fortuna. A me piace un sacco l’adrenalina che dà la partenza improvvisa. 

Al terminal degli autobus di Savu Savu diluvia, essendo giorno di festa è semi deserto, ma la fortuna sta dalla nostra parte perché l’unico bus presente va proprio a Labasa. 

Sballottate su e giù per le montagne interne per circa due ore, arriviamo in una cittadina fantasma. 

L’affittacamere che avevamo trovato in internet non esiste, o meglio, alla porta con grata a mó di prigione non risponde nessuno, ma  dato che l’aspetto non è molto invitante non insistiamo. Incuriositi da due ragazze (grazie per la ragazza) con in spalla due enormi zaini, i passanti ci offrono aiuto e ci indicano un hotel carino ed economico, tale Riverview. La camera è modesta, ma la vista sul fiume molto carina, e la zona ci appare tranquilla. 

Ci rifocilliamo in uno dei due ristoranti aperti la domenica, la scelta è tra Chicken House e The Lunch Box. Visto che non mangio carne, la mia scelta si riduce ad un solo ristorante, ed il menù offre comunque pollo o pizza al pollo. Che fantasia! Ordino l’unica cosa vegetariana: la pizza all’ananas. Eh lo so, sono cose difficili da accettare per noi italiani, mi spiace dirlo… ma non era affatto male!

La sveglia è puntata alle 6:00, quindi a nanna presto. Chiudiamo gli occhi verso le 22:00… Ma dopo un’oretta veniamo svegliate da fragorose risate ed una musica assordante. Noooo, una festicciola proprio nella casetta affianco alla nostra camera. Che sfiga!

Quindi, dopo bus – taxi – hotel – taxi – aereo – taxi – bus,  siamo finalmente giunte sull’isola di Viti Levu.

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L’ammutinamento di Infinity

Eh già… Dopo circa un mese a bordo di Infinity, ho deciso di abbandonare la nave, come ha fatto Schettino, ah ah, dai scherzo, non stiamo affondando e non ho nemmeno sequestrato il capitano, anzi gli ho parlato con le lacrime agli occhi, perché in fondo lui mi piace molto; è colto, gentile, disponibile al dialogo, preparato per la posizione che occupa e mooolto, molto paziente con tutti i membri dell’equipaggio, anche con quelli più distratti od imbranati.

È qualche giorno che rifletto su come mi sento ed ho pensato che devo seguire il mio istinto. Non è successo nulla di grave ma ho fatto la somma di alcune cose ed ho deciso di prendere un’altra strada. Come avevo già detto in un altro articolo, le persone a bordo sono squisite, amabili e simpatiche, però io sono una lupa solitaria e dopo un po’ la vita in comunità mi sta stretta. Inoltre dopo l’impegno umanitario durato cinque mesi a Tonga, ora sono tutti focalizzati sul Passaggio a Nord-Ovest, una spedizione estrema al Polo Nord, che includerà delle riprese video per cercare di sensibilizzare il mondo ai problemi ambientali. Erroneamente pensavo che durante il tragitto si facessero delle attività pratiche di salvaguardia degli oceani, ma tra l’approvvigionamento, la preparazione, la manutenzione della barca e le pubbliche relazioni per il coinvolgimento mediatico, sarebbe impossibile farlo. Avrei voluto essere più attiva fisicamente e darmi da fare in modo concreto, ma non è il momento giusto.

Quindi dopo aver imbarcato altri membri dell’equipaggio alle Fiji, Infinity prenderá il largo per Vanuatu, poi forse isole Solomon e Kiribati, per approdare a fine dicembre alle isole Marshall, in cui sosteranno per alcuni mesi per fare dei lavori alla parte meccanica.

Continuerò a seguirli tramite i social network, il GPS ed il canale YouTube SeaGypsies The Movie. Nel frattempo,  chissà dove mi porterà il vento…

La sensazione di libertà che si ha quando si cambia idea all’improvviso seguendo il proprio istinto è impagabile! 

Victorian Sydney

E’ la mia quarta volta a Sydney, ed ogni volta mi piace sempre di più, la trovo assolutamente meravigliosa.

Una cittá molto pulita ed estremamente verde, alcune strade hanno una vegetazione così fitta da sembrare sorte nella giungla. In questa stagione (primavera) il pitosforo è in fiore, il suo profumo lo si sente ovunque, soprattutto nei tanti parchi cittadini, una nota di riguardo per il giardino botanico reale, una tra le cose da non perdere quando ai passa da qui!

Ma la cosa che preferisco di Sydney, sono le caratteristiche case vittoriane di fine 1800 – primi ‘900, e le costruzioni a mattoncini rossi, che come potete vedere non riuscivo a smettere di fotografare.

La passeggiata che ho fatto si è svolta in loop tra il parco di Rushcutter, giù per Boundary Street fino ad Oxford Street e su di nuovo per Victoria Street fino a Potts Point, dove ho alloggiato allo Zing Hostel, che si trova proprio in una di queste casette vittoriane.

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Sydney is really awesome, it’s my fourth time here, and every time I love it a little bit more.

It’s a very clean city, lots of green everywhere,  some streets looks like tropical jungles with  huge palms and in this season (spring) the butterbush is blooming, you can smell its fragrance all around the town and in its several parks, a special note for the marvellous royal botanic garden, definitely a must see!

The think I like most are the cute Victorian villas and the red brick buildings from late 1800… I cannot stop talking pictures, as you can see.

My walk starter in Rushcutter Bay Park, down in Boundary Street till Oxford Street and up along Victoria Street to reach Potts Point, where I found accomodation at Zing Hostel, right in one of those fabulous Victoria house.

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Waste World – Un mondo di rifiuti

Plastic islands, garbage shores, we are surrounded by rubbish.

Waste, waste, everything turns into trash too quickly.

I personally try to live a low impact life, I try not produce too many garbage.

I recycle almost everything, I use my creativity to give a second life to all objects.

If something is not working proprerly try to fix it, do not replace it, because we cannot replace Earth.

I see my neighbours’ garbage, it looks like there are fifty person in that house, but it’s only a family of three. To many plastic and cartboard packages, industry should reduce them.

I saw indonesian beaches where sand includes plastic bags.

I saw rivers with all kind of floating objects and strange foam.

I saw contryside stocked better than better then a do-it-your-self store.

I ask myself why people throw mattresses, fridge, tyres in the countryside? I really don’t understand that.

Do your small step to save the planet.

Just few examples:

– How many toilet paper tearings do you need when you wee-wee? Do you really need 4 or 5? … and girls if you need to do it in the bush, please collect your napkins!

– Do you really need so much bath foam when you take a shower? Is your skin so dirty as if working in a coal mine?!

Think about it.

Less plastic bottles or paper « Save money « Less pollution « Save rivers and seas

Try to leave as few footprints as you can.

Live simply, Live green!

Soon I will try to contribute in Ocean saving with Infinity Expeditions, here follow a link to a movie focused on this topic.

BLUE is the story our generation need to hear. The industrialization that has occurred in the oceans over the last century, mirrors the events that triggered mass extinctions on land. Industrial scale fishing, habitat destruction, species loss and pollution have placed the ocean in peril. The very nature of the sea is being irretrievably altered. BLUE is a provocative journey into the ocean realm, witnessing this critical moment in time when the marine world is on a precipice.

Our ocean has been the guardian of life on earth.

Now it is our turn to be guardians for the ocean.

Half of all marine life has been lost in the last 40 years.

By 2050 there will be more plastic in the sea than fish.

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Isole di plastica, spiagge di spazzatura, siamo circondati da rifiuti.

Scarti, scarti, tutto si trasforma in spazzatura troppo rapidamente.

Personalmente cerco di vivere a impatto zero, di non produrre troppi rifiuti.

Riciclo quasi tutto, uso la mia creatività per dare una seconda vita a molti oggetti.

Se qualcosa non funziona correttamente cercate di aggiustarlo, non di sostituirlo, perché non potremo sostituire la Terra.

Vedo i rifiuti dei miei vicini, sembra che ci siano cinquanta persone in quella casa, ma è una famiglia composta da solo tre persone. Troppe confezioni di plastica e cartone, l’industria le dovrebbe ridurre.

Ho visto spiagge indonesiane dove tra la sabbia ci sono incastonati sacchetti plastica.

Ho visto fiumi con strane schiume ed oggetti galleggianti.

Ho visto campagne che assomigliano ad un market per l’edilizia.

Mi chiedo perché le persone gettino materassi, frigoriferi, pneumatici in giro. Non lo capisco davvero.

Fai il tuo piccolo passo per salvare il pianeta.

Ecco alcuni esempi:

– Quanti strappi di carta igienica ti servono quando fai pipì? Hai davvero bisogno di 4 o 5 pezzi? … e ragazze, se vi scappa e la fate nel cespuglio, riportate via i vostri fazzolettini.

– Hai davvero bisogno di tutta quella schiuma da bagno quando fai la doccia? La tua pelle è sporca come se lavorassi in una miniera di carbone?!

Pensaci.

Meno bottiglie di plastica o carta « risparmi soldi « meno inquinamento « salva fiumi e mari

Cerca di lasciare meno impronte possibile.

A breve con Infinity Expedition darò il mio piccolo contributo per la salvaguardia degli oceani, di seguito il link ad un film che parla proprio di questo tema.

BLUE è la storia che la nostra generazione deve sentire. L’industrializzazione che si è verificata negli oceani nel corso del secolo scorso, riflette gli eventi che hanno generato estinzioni di massa sulla terra. La pesca su scala industriale, la distruzione degli habitat, la perdita di specie e l’inquinamento hanno messo in pericolo l’oceano. La stessa natura del mare è alterata in modo irreversibile. BLUE è un viaggio provocatorio nel regno dell’oceano, testimone di questo momento critico nel momento in cui il mondo marino è sull’orlo di un precipizio.

L’oceano è stato il custode della vita sulla terra.

Ora tocca a noi essere guardiani dell’oceano.

Metà di tutta la vita marina è stata persa negli ultimi 40 anni.

Entro il 2050 ci sarà più plastica nel mare che i pesci.

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Come preparare uno zaino con il necessario per 3/4 mesi di viaggio.

A 10 giorni dalla partenza ho fatto le prove per vedere se tutto ciò che ho in mente di portare, entrerà nello zaino da 60 lt.

Per prima cosa dispongo tutto sul letto, riguardo, conteggio e scarto il superfluo… tengo in stand by alcune cose, che nel caso in cui avanzi qualche angolino saranno “riammesse” al viaggio. 😉

Il mio metodo, testato da vari anni, è il seguente:

faccio tutto a rotolini, li inserisco in sacchetti di plastica trasparente (non tanto per questioni di igiene ma per praticità, così quando apro lo zaino non esce tutto di botto), i sacchetti sono divisi per tipologia, ovvero maglie manica lunga, canotte, costumi, leggins e shorts, etc…

Occorre però lasciare alcune cose sfuse per riempire tutti gli spazi, tipo parei, asciugamano, calze, magliette “da battaglia”, perché di solito rimangono dei buchi vuoti sul fondo e sui lati che vanno riempiti una volta che lo zaino sarà chiuso e posto in posizione verticale.

Per fare scivolare meglio i “tappabuchi” li inserisco in quei sacchettini del supermercato per frutta e verdura, che son sottilissimi e non rubano ulteriore spazio.

Poi lascio un’area centrale libera per inserire il beauty, che metto tra i vestiti e l’imbottitura interna dello schienale dello zaino; le bottiglie dei prodotti le chiudo sempre con del nastro adesivo, per evitare brutte sorprese all’atterraggio.

Ecco l’elenco di ciò che ci ho fatto stare.

Tenendo presente che passerò 3-4 mesi solamente in barca, forse ho esagerato!

2 parei

1 asciugamano

1 k-way

1 giubbino leggero

2 pile manica lunga

2 cappellini con visiera

1 paio di hawaianas

1 paio di sandali

1 muta corta

1 lycra

1 maschera e boccaglio

2 paia di guanti da vela

3 pantaloncini mare

3 mini shorts mare

3 brassiere sportive

6 canotte sportive

4 top

3 maglie longuette

4 maglie manica lunga sportive

2 maglie manica lunga carine

3 maglie mezza manica

2 abitini giorno

2 abiti sera (just in case)

1 mini gonna jeans

1 mini gonna fantasia

1 paio di jeans lunghi

3 paia di leggins

6 bikini + slip e reggiseni

5 paia di calze

2 foulard

1 lenzuolo a sacco, da viaggio (è il sacco a pelo per paesi tropicali, in cotone leggero tipo garza, con copricuscino ed apertura laterale – quello della Zucchi è fantastico, grazie a Betty per avermelo regalato anni fa!)

ed infine 1 skateboard… no dai, stavolta lo lascio a casa!

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Necessary Kit

Preparazione zaino. Dunque dunque… prima di pensare ai costumi, vestitini ed infradito mi concentro su ciò che potrebbe essere più difficile recuperare in loco.

Una delle cose estremamente necessarie per viaggiare nelle zone tropicali è la zanzariera da appendere sopra il letto, e dato che di solito dormo in “lussuosissimi” hotel ad 1 stella (per lo più cadente) meglio attrezzarsi con qualche accessorio tipo chiodi, viti, puntine, moschettoni, fascette e cordini per fissare e sistemare alla bene-meglio, tende, zanzariera o improvvisare appendini.

Porto anche alcune foto tessera per eventuali visti last minute alla frontiera, lucchetti per chiudere gli oggetti di valore negli armadietti degli ostelli, adattatore prese multiplo, adesivi vari da usare come nastro adesivo (pesano meno e sono più resistenti), tappi per le orecchie per non sentire fastidiosi vicini, inclusi uccelli tropicali dal canto tipo suoneria Nokia, alcune candele, non per una cena romantica, ma perché in certi luoghi del mondo la luce non è assicurata. E poi la pietra pomice e lo smalto per avere sempre piedi perfetti!

Bon, direi che sono a posto.

Stefi

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Back-pack setting. Well, well…   prior to prepare swimmwear, dresses and flip flops I better focus on what could be difficult to find on site.

One of the most important thing needed in tropical zones is the mosquito net, to hang over the bed and since I usually sleep in very “extremely luxurious” 1 star hotel (mostly falling) … better equipe myself with few accessory like screws, pins, hooks, straps and strings to fix tents, mosquito net or extermporary hangers.

I also bring some passport photos for any last minute visa at the border, padlocks to close valuables in hostel lockers, multiple sockets adapter, various stickers used as an adhesive tape (less weight and more resistant), ear plugs not to hear annoying neighbours, including tropical birds singing Nokia tune.

Candles, not for a romantic dinner, but because in certain places of the world the light is not assured. And, last but not least, the scrabbing stone and nail polish to always have perfect feet!

Ok, I’m fine.

Stefi

 

Hostess di bordo – Working on a boat

Sono in procinto di partire per il Pacifico, dove passerò alcuni mesi a bordo di una grande barca a vela.

Sarà assolutamente diverso da tutte le mie passate esperienze in mare, l’equipaggio sarà composto da 15-20 persone che si alternano nei vari compiti, l’anno scorso invece ho passato tre mesi nel nord Australia su un catamarano privato, in compagnia solamente del Capitano e di una un’altra ragazza, Fedra. Di seguito vi racconto in breve la mia esperienza come Hostess di bordo.

Un paio d’anni fa ho lavorato durante la stagione estiva a bordo di un lussuoso catamarano che fa charter tra le isole della Grecia e le coste della Turchia .

L’esperienza in barca è un’esperienza molto forte, bisogna stare bene con se stessi ed essere molto equilibrati per passare tanti mesi lontano dalla terra ferma. Il lavoro è piuttosto duro, ma per chi, come me, ama il mare nel suo stato più puro, è un’emozione impagabile… No beh, in questo caso mi hanno anche pagata! 😉

Dopo aver preso i brevetti necessari (STCW IMO 95), presso il centro di addestramento per personale marittimo di Napoli, Star Center Italia, trovo velocemente il mio primo imbarco.

Ai primi di giugno arrivo a Marmaris, uno dei porti turistici più famosi e più grandi della Turchia, un paio di giorni per prendere confidenza con la barca e far conoscenza con il mio capitano, che in questo caso è anche l’armatore, e prendiamo il largo verso Symi, un’incantevole isoletta greca.

Durante le lunghe giornate alterno i compiti di aiuto marinaio, governante, cuoca, hostess e via così a ripetizione in loop… l’insieme delle mansioni è molto pesante, il caldo a volte insopportabile, tenendo conto che io sono in divisa e non in bikini!

La giornata inizia quasi sempre intorno alle 6.30 per terminare verso mezzanotte, ovviamente sette giorni su sette. Abbiamo tre cabine doppie con bagno, per un massimo di sei ospiti, più la cabina del capitano e la mia cuccetta, una minuscola brandina a prua, ma per quel che la uso, basta e avanza!

I clienti si alternnano e soggiornano mediamente dieci giorni, tra un gruppo e l’altro i ritmi di lavoro sono un po’ piu lenti, e finalmente ho tempo di godere delle splendide acque del mar Mediterraneo, i luoghi visitati sono stupendi, la vista della costa dalla barca impareggiabile.

Di solito le stagioni in barca durano tre/quattro mesi, dipende dal luogo che si sceglie. Sì può facilmente passare l’estate in Europa e l’inverno ai Caraibi.

Per chi volesse fare questo tipo di esperienza di seguito vi riporto i link al centro d’addestramento ed ai siti specializzati in ricerca di personale di bordo, sia per yatch a motore che a vela… Ovviamente, un’ecologista come me quale avrà scelto?

http://www.crewbay.com/

https://www.findacrew.net/

http://www.starcenteritalia.it/

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I am about to leave to the Pacific ocean, where I will spend some months on a big sailing boat.

It will be different from any other experience I ever done, there will be about 15-20 crew people, last year in north Australia, where I spent three months on a private katamaran we were just three of us, the owner/captain and another girl, Fedra.

Here follow my hostess experience

A couple of years ago I spent the summer working on a luxury catamaran, a charter boat sailing through Greece islands and Turkish coastline.

The boat experience is something really strong, you have to feel comfortable with your self, you need to be balance to spend many months far from land. This kind of job is quite hard, but for those as myself, love sailing and the ocean, is’ an unforgettable emotion.

Once received my maritime degrees in Naples, I easily found my first commitment.

In early June I land in Marmaris, one of the most famous and big touristic marina in Turkey, just couple of days to get familiar with the boat and my Captain, before sailing to Symi Island, a beautiful greek treasure.

During my neverending days, I work as deck hand, cleaning lady, hostess, chef, and so on in loop… all the tasks are very havey, climate temperature so hight, and I am wearing my suite not a bikini – I usually start around 6.30 and end up around midnight, of cours for seven days a week.

Between one client’s group and another, the pace of work are slower. I can enjoy the wonderful Greece and Turkey’s landscapes.

Boat working season last usually 3 or 4 months, easy doing summer in Europe and winter in the Caribbean.

For those interested in approaching this kind of experience here follows some usefull links for crew search, both for sailing vessel and motor yatch, guess what I always chose, since I am eco-friendly?!

http://www.crewbay.com/

https://www.findacrew.net/

Verso l’infinito e oltre – Infinity and beyond

Dopo una pausa-lavoro di circa dieci mesi sono pronta a ripartire.

Sono emozionata e stra felice di aver trovato una barca, o meglio, un gruppo di persone con i miei stessi ideali, con la mia stessa visione di vita, persone con cui condividere la passione per il mare, per la vela ed il rispetto per la Madre Terra.

A fine ottobre raggiungerò, in uno dei tanti atolli dell’arcipelago di Tonga, Infinity, un bi-albero di 102 piedi, che da anni naviga soprattutto nel Pacifico.

Con gli altri membri dell’equipaggio parteciperò a progetti di salvaguardia ambientale e porteremo aiuti umanitari alle popolazioni disagiate.

Ho sempre cercato di vivere ad impatto zero e di lasciare solo una piccola impronta, l’ecologia, la sostenibilità ed il riciclaggio sono temi molto importanti per me, per questo ho scelto di far parte della spedizione di Infinity.

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After a ten months’ job break, I am ready to leave, once again.

So excited and really happy to have found a boat, well, people who share my same ideals, same life style, people who care about enviromental protection, passion for sailing and care about Mother Earth.

At the end of October, in one of the remote island of Tonga’s archipelagos, I will join Infinity, a 102 feet ketch, usually sailing around the Pacific Ocean.

Together with its crew we will participate to nature conservation projects and humanitary aid.

I try to live a life with a small food print; so sustainability, green living, recycle are important topic for me, that’s why I choose to take part to Infinity Expedition.

Peace & Love

Stefania

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2014 Support Sea Shepherd combatting the Japanese whaling fleet, Antartica

2014 Direct-action against deep-sea oil-drilling, New Zealand

2013 Remote atoll clean-ups, Micronesia

2012 Sail-making for Utupua canoes, Solomon Islands

2011 Reef Check, coral-reef protection community outreach, Vanuatu

2011 Bird Life International, bird research, Fiji

2011 Direct-action against deep-sea oil-drilling, New Zealand

2008 – 2010 In Fifty Years, climate-change awareness, South Pacific

2006 – 2008 PCRF, coral-reef research, West Pacific

 

Fuori dal tempo

Luogo: Lakey Peak, Hu’u, Isola di Sumbawa, Indonesia

In Indonesia ci son stata già un paio di volte, dopo aver visitato sia Java che Bali decido di visitare un posto meno turistico: un piccolo villaggio sull’isola di Sumbawa.

Il mezzo scelto è un traghetto, la cui partenza è prevista dal porto di Benoa verso le 20,30 o almeno così mi avevano detto. Attendo a tempo indeterminato in un anonimo e freddo stanzone in marmo; la maggior parte dei passeggeri è indonesiana, sono imbacuccati in giubbotti e altri capi invernali, carichi di pacchi e pacchettini legati con lo spago. Ecco poi una decina di turisti occidentali riconoscibili dai pantaloncini corti e dalle infradito; mi aspettano 10 ore di navigazione ma ignoro le condizioni in cui dovrò affrontarle.

Sono seduta comodamente sul fast ferry, che è meglio di quanto immaginavo, i posti sono stile “aereo” con tavolinetto ribaltabile dove viene prontamente servito un pasto, diciamo commestibile; purtroppo però comincio a congelare, l’aria condizionata è tenuta a livelli glaciali per evitare il proliferare di topi e scarafaggi; sì, proprio così! Ora comprendo il perché degli indumenti invernali indossati dai locali!! Passo la notte avvolta in un asciugamano, esausta verso le 8:00 del mattino seguente giungo al porto di Bima.

I proprietari di una decina di “bemo” (furgoncini-taxi locali) si litigano i turisti appena sbarcati, chi riesce ad accaparrarsene 5 ha fatto il guadagno di un mese. Tra la folla di gente che si aggira per il porto, sono una delle pochissime donne; mi accorgo immediatamente che i miei pantaloncini corti sono del tutto fuori luogo: qui non è come nella più turistica ed induista Bali, sono quasi tutti di religione mussulmana e le donne sono coperte dalla testa ai piedi; mi sento osservata e un po’ in imbarazzo, la provvidenza però mi fa incontrare un gruppo di surfisti spagnoli ai quali mi aggrego e con i quali condividerò il resto del mio soggiorno.

A malapena ricordo il nome della destinazione finale: Lakey qualcosa… ma so che non è un paese ma bensì una sperduta località surfistica. Per raggiungerla occorrono circa 3 ore, dobbiamo attraversare l’isola da nord a sud.

Il tragitto è un’esplosione di colori caldi e profumi intensi, i raggi del sole dipingono il paesaggio come fosse un quadro, risaie verdi e rigogliose si alternano a campi aridi ed incolti, attraversiamo un mercato affollato di gente dai volti vissuti e dallo sguardo semplice, ci sorridono e posano per le foto; non posso fare a meno di notare che il mezzo di trasporto più usato è un carretto trainato da un asino.

BIMBA INDO

Una volta giunta al surf-camp scelto dai ragazzi spagnoli mi rendo conto che forse è un po’ troppo spartano, oltretutto il bungalow in paglia che mi hanno proposto è già occupato da una famiglia di robusti scarafaggi; surfisti anche loro?! Dopo 5 minuti rimetto lo zaino in spalla e via, alla ricerca di un alloggio, sempre alla portata delle mie tasche, ma un pochino più confortevole. E’ davvero molto caldo e la stanchezza ha la meglio anche sulla fame, in quel momento di sconforto realizzo che alla mia destra c’è il mare: è di un blu intenso all’orizzonte, poi sfuma con varie tonalità di verde fino a diventare cristallino a pochi metri dalla riva, l’odore dei gelsomini misto al salmastro si impadronisce delle mie narici, mi riempio i polmoni e proseguo la marcia. Sulla spiaggia incantata di finissima sabbia color avorio si affacciano i vari surf-camp, il più caro costa 20 dollari a notte con la prima colazione, ha l’aria condizionata e probabilmente anche una piscina, ma girando lo sguardo mi colpiscono delle casette gialle in muratura, molto originali e di recente costruzione, quasi non oso chiedere, ma quando lo faccio lo stupore è tale che corro subito ad avvisare gli altri. La camera è davvero carina, con bagno attrezzato, ventilatore al soffitto e zanzariera sui letti, quest’ultima indispensabile perché è una zona ad alto rischio malaria; scelgo l’ultima stanza verso il fondo del resort e curiosando qua e là scopro che come vicini ho una famiglia di caprette molto simpatiche, amano le coccole, ma soprattutto amano le mie provviste di cibo…

Dopo due ore di sonno ristoratore prendo la macchina fotografica per immortalare l’azzurro di quel mare, la violenza di quel sole, l’imponenza di quel golfo con la vegetazione fitta fitta, composta da altissime palme ad ago e chissà quali altre specie di piante tropicali, che sono parte integrante del posto. Le “vibrazioni” di quello strano silenzio, rotto soltanto dal frangersi delle onde sul reef mi invadono totalmente. Sono già le cinque del pomeriggio e le ombre iniziano ad allungarsi, poso la macchina fotografica, le immagini di quell’incantevole tramonto per oggi rimarranno solo nella mia testa.

Poco più tardi raggiungo gli spagnoli a cena nell’unico “Warung”, ovvero ristorantino, in fondo alla strada battuta che costeggia la spiaggia: cucina indonesiana niente male e porzioni più che abbondanti. Probabilmente tutti i frequentatori di Lakey Peak sono qui, sono surfisti giovani e meno giovani, fotografi di diverse nazionalità, c’è una bella energia, molti salutano il nostro gruppo, ci danno il benvenuto ed inizia una conversazione piacevole, del tutto priva di qualunque tensione. Gory il fotografo del gruppo degli spagnoli si fa immediatamente notare per il suo modo buffo di esprimersi, non parla inglese, ma a gesti si fa capire bene, senza alcun ritegno mangia e gesticola allo stesso tempo, è davvero un tipo naif.

I giorni si susseguono velocemente anche se i ritmi sembrano paralizzati e scanditi da movimenti lenti, sarà il caldo… mi adatto con estrema facilità.

La mattina da queste parti si svegliano tutti prestissimo, perché le onde migliori si surfano dalle 5:00 fino alle 10:00, poi si alza il vento e anche la marea.

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Passeggio sul reef per fotografare i surfisti che scompaiono tra i tubi formati dalle onde. Guardandoli librare agevolmente sull’acqua mi viene voglia di seguirli, ma non è il posto adatto ad una principiante come me, meglio limitarsi a spiagge con fondali sabbiosi come Kuta Beach a Bali!

Nel camminare sulla passerella di roccia lavica, che affiora quando la marea è bassa, noto che sotto le mie ciabattine di gomma c’è un mondo semi-sommerso fatto di stelle marine scure con tentacoli lunghissimi, coralli rossi, conchiglie di varia foggia e tinta, nonché ricci purpurei dagli aculei acuminati, vedo di quando in quando anche qualche serpentello striato bianco e nero; scopro in seguito essere il velenosissimo Laticauda Colubrina, chiamato comunemente 20 seconds-snake, visti i soli 20 secondi di vita che resterebbero dopo un suo morso, ma fortunatamente è di indole molto tranquilla e la sua apertura mandibolare non gli permette facilmente di mordere noi umani.

BASSA MAREA 2 SUMBAWA

I pomeriggi li passo a fare snorkeling e a passeggiare su quella spiaggia che sembra non finire mai, un giorno avventurandomi più in là del solito scopro un laghetto d’acqua dolce a ridosso del mare, tra le frasche scovo anche una specie di rifugio con delle scritte strane: è un bunker giapponese utilizzato durante la seconda guerra mondiale, chissà magari da qualche parte ci sono anche dei residuati bellici, la curiosità è forte, ma il buonsenso lo è di più. Sono mamma, un po’ randagia ma lo sono, meglio non fare stupidate e pensare a mio figlio: che voglia di sentirlo, ma lì non è facile telefonare, c’è solo un posto collegato alla rete telefonica e la linea cade di continuo, ovviamente di accesso ad internet non se ne parla.

E’ il giorno che precede la mia partenza, verso le nove del mattino una folla fatta di famigliole inizia a riempire la battigia, i bambini si rincorrono, le donne formano capannelli separati e distanti dagli uomini, sembrano fantasmi colorati, non si distinguono le forme femminili, sono sedute in cerchio e discutono sommessamente, quando si accorgono della mia presenza scoppiano a ridere: il mio bikini ovviamente è un po’ troppo succinto! Le guardo e sorrido, capisco che vogliono conoscermi, così più tardi sdraiata in spiaggia vengo avvicinata da un gruppetto sparuto di signore giovani e non, si siedono incuriosite vicino a me e mi fissano, una mi colpisce in modo particolare, ha un viso splendido come quello di Naomi Campbell, è giovanissima ma è già madre di tre bimbi. Non so se sia l’energia di Lakey Peak, ma non è difficile parlare con loro, qualche parola d’inglese e qualche parola d’indonesiano e ci ritroviamo a parlare di bambini, di casa e… di uomini, ridono perché dico cose un po’ audaci per loro, ma interpreto alla perfezione i loro problemi quasi identici ai nostri!

DONNE SUMBAWA

La luce si fa soffusa, il sole si abbassa sull’ultimo giorno, faccio loro delle foto, i loro occhi si illuminano davanti all’obiettivo, ringraziandomi si allontanano per ritornare al loro villaggio.

E’ sera e manca la corrente in tutta la costa sud, mi ritrovo a cenare sotto un cielo stellato e ad una fantastica luna piena, è settembre e nell’aria si sente l’avvicinarsi della fine di una stagione, diverse persone stanno per lasciare un pezzetto di cuore sull’isola e si preparano per rientrare nei loro paesi natali ricche di energia positiva, accumulata in quel paese così “fuori dal tempo”.

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