Una pseudo surfista milanese a Panama

Correva il lontano 2001 ed una viaggiatrice solitaria si accingeva ad esplorare uno stato del Centro America.
Condivido l’articolo che scrissi all’epoca per un paio di riviste di settore. E’ un diario di viaggio tragi-comico.

 

Parto sola, senza guida e senza mappa, ho preso qualche info su internet… ma più che altro chiederò in giro, vediamo che succede.

15 dicembre Il viaggio inizia più che bene: all’aeroporto di Madrid un ragazzo italiano nato e residente a Managua, mi invita in Nicaragua per il prossimo surf trip, accetto volentieri!

Dopo 22 ore dalla partenza, inclusa una tappa a Miami con perquisizione tipo talebana, arrivo a Panama City; sono le 4 del mattino, nell’attesa che si faccia giorno dormo (si fa per dire) in una specie di cabina del telefono. Alle 5,30 lo stridere di uno stormo di uccellacci neri mi fa da sveglia e mi dirigo verso il terminal dei bus, destinazione Oceano Pacifico (El Palmar, San Carlos). Due ore di strada, sottofondo “salsa e merengue”, aria condizionata e solo 2 dollari di spesa: eccomi arrivata, fresca come una rosa, al Coconut Surf Camp. E’ domenica e l’enorme e bianca spiaggia di fronte al camp è super affollata dai surfisti locali. Il fondale è sabbioso, bassa marea, onde medie perfetto per una schiappa come me. Dalle 4 del pomeriggio la marea sale e la potenza delle onde mi schiaccia sulla battigia, meglio uscire e fare qualche foto. Mentre cerco di tornare al camp non mi accorgo che il percorso che ho fatto all’andata è quasi tutto sommerso dall’acqua, penso di fare in tempo a passare rasente un muro, tra un’onda e l’altra, ma vengo acchiappata!! …e io furba avevo la borsa coi soldi e la macchina fotografica. Me la cavo con un livido su un piede e qualche dollaro da stendere ad asciugare.

17 dicembre E’ lunedì, sono praticamente sola, non ci sono turisti e i locals sono al lavoro. Squid, il figlio dei proprietari del camp, mi presta una sua tavola e mi porta in giro per i più famosi spot della zona. Due giorni centrifugata dalle onde di El Palmar per ora possono bastare, cambio località: sempre Oceano Pacifico ma più a Nord, vado a Santa Catalina.

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18 dicembre 1° bus direzione Santiago: pulitissimo, TV ed aria condizionata. 2° bus per Sonà: più piccolo ma sempre confortevole, c’è un passeggero con una gallina… vabbè; 3° bus per Santa Catalina: è un furgoncino pieno zeppo di Indios con tantissimi figli, mi ritrovo con una bimba in braccio, la signora al mio fianco è scalza e sta allattando un neonato ricoperto di punture di insetti, un bimbo vomita … aiuto! Si mette a piovere, il mio zaino è sul tetto, ma la cosa peggiore è che questa famosa Santa Catalina non arriva mai, sono più di 2 ore che siamo in mezzo alla giungla, le strade asfaltate ormai sono un ricordo; mi sorge un dubbio: forse esistono 2 Santa Catalina e io sto andando in quella sui monti?! No, finalmente ci siamo, comincio a vedere insegne di Surf Camp, auto con tavole da surf, il mare! Scendo e per prima cosa prendo una cabana a due passi dalla spiaggia, da Rolo (famoso surfista della zona). Ho una fame che muoio, davanti ad un bel piatto di gamberetti e riso conosco praticamente tutti gli abitanti ed i turisti presenti a Santa Catalina in questi giorni: 2 argentini, 2 tedeschi, 6 americani, 2 israeliani e poi Tito e Sammy che gestiscono due dei Surf Camp. Non potevano mancare gli italiani: Davide e suo padre si sono trasferiti qui da Roma alcuni anni fa; hanno aperto un bellissimo surf camp sulla spiaggia di Estero, proprio a fianco del famoso Punta Brava Point Break; immerso in un parco di palme e altre piante tropicali, il nome “Oasis” non è un caso. Poi ci sono Alessandro e Paola di Sestri Levante che hanno aperto il “Jamming”, perfetto ritrovo per un dopo surf serale davanti ad una pizza ed una birra.

19 dicembre Santa Catalina è composta da un tot di case sparse nella foresta, un market e qualche surf camp, la pace regna sovrana. Oggi il cielo è coperto, c’è una pioggerellina noiosa, fino a metà pomeriggio c’è bassa marea, mi dondolo sull’amaca del Punta Brava e gioco con Pullosa (una cagnetta pulciosa). Tito mi parla dei “suoi” spot panamensi, gli israeliani ci raccontano di come vivono il surf e di quanto sono care le tavole nel loro paese, poi si buttano in mare. Qui il fondale è roccioso e anche con l’alta marea i massi affiorano, mi sa che non mi butto. Se mi faccio male poi chi mi consola? Brava, brava, ho fatto la pigra e mi sono persa un famoso surfista francese: Tom Curren. Sì, era proprio in mare al Front Point Break, che sfortuna.

20 dicembre Finalmente splende il sole! Fra le 10 tavole di Tito scelgo uno stringer fish 7.6” e mi avvio sola soletta all’Estero Beach Break, 20 minuti via terra, 10 minuti via spiaggia camminando sugli scogli. In acqua sono completamente sola, meglio… così nessuno ride. Posso cadere quanto voglio. Invece sono “bravina”, riesco a stare in piedi più di quei soliti 4/5 secondi e nessuno che mi fotografa, uffa. Dopo circa un’oretta comincia il diluvio universale; in un primo momento provo gioia: “sola, in mezzo all’Oceano Pacifico, il tramonto, la pioggia sul viso…” Passano 5 minuti ed arrivano i tuoni e di lampi.. mmm.. pensiero ovvio: “quale modo migliore per morire?!” Esco dall’acqua e non capisco più un fico, la spiaggia non c’è più. Il letto del fiume che avevo attraversato, ora è un fiume in piena; con la tavola in testa cerco quella specie di sentiero che avevo fatto il giorno prima per andare da “Oasis”; eccolo! Ma non ricordavo ci fossero tutti questi sassolini appuntiti, naturalmente sono scalza. Ci mancavano i bimbi indios che mi guardano dal patio delle loro capanne e ridono! A parte tutti gli inconvenienti, è stato fantastico, ho il sorriso stampato sul viso!

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21 dicembre ore 7,30, in questo paesino ci sono più galli che abitanti. Ma poi non dovrebbero cantare solo quando sorge il sole? Stanno andando avanti da più di 2 ore. Piove di nuovo, in mezzo minuto faccio lo zaino e decido partire e di andare sull’Oceano Atlantico, nell’arcipelago di Bocas del Toro! Ci vorrà un sacco di tempo, devo attraversare anche la Sierra! L’autobus da Santa Catalina a Sonà parte tutte le mattine alle 8,30. Ore 12,00 eccomi a Santiago, il miraggio: Mc Donald’s ed un internet point. Leggo la posta: quello “biiiip” non mi ha scritto. Ma chi se ne frega, io sono a Panama e lui è in Italia a morire di freddo! Incontro Zuleika, conosciuta un paio di giorni fa a Santa Catalina; gentilissima mi invita a cena da sua mamma ma prima mi accompagna nell’unico surf shop della zona; ad un certo punto mi sento chiamare e mi domando “Ma chi cavolo conosco ancora a Santiago?” … è Davide, il surfista romano che si è trasferito a Santa Catalina, beviamo qualcosa e andiamo in giro per locali, Santiago non è una grande città ma c’è abbastanza scelta di localini simpatici. Ore 02,00 prendo l’autobus per Chiriqui Grande.

22 dicembre ore 8,00 dopo essere stata 6 ore in una cella frigorifera (la manopola dell’aria condizionata del bus si dev’essere rotta a –30° c) prendo un motoscafo pubblico per l’isola di Bocas del Toro, nell’arcipelago più bello e famoso della zona. Il surf camp di Playa Bluff dista 2 ore a piedi dal paese, mi suggeriscono di attendere il proprietario, che prima o poi passerà di lì… sole cocente e zaino che pesa un quintale: sì, è meglio aspettarlo qui. Ma siamo sicuri che passi veramente!? Passo la mattinata a cercare un pick up Toyota rosso con le portiere in legno, alla fine scopro che mi hanno dato delle informazioni sbagliate e che quel surf camp non è ancora agibile. Trovo da dormire al Camping Refugio di Kinga e Claudia, una ragazza di Roma che 3 anni fa ha sposato un surfista locale. Il posto è bellissimo, direttamente sul beach break di Playa Bluff, immerso in una foresta tropicale con tutte le attrezzature necessarie alla sopravvivenza, noleggiano tende e sacchi a pelo e in più lei fa delle buonissime crepes! Mi butto subito in mare, le onde sono potenti e tubanti ma rompono proprio a riva, è uno spot famoso per spezzare le tavole, e a me ha spezzato anche le ossa!!!

23 dicembre Mi trasferisco in paese perché al camping c’è solo una coppia di fidanzati Neo Zelandesi: biondi, belli, innamorati e tutti e due bravissimi sulla tavola; viaggeranno per 1 anno in tutto il Sud America… non li sopporto! Ecco, ho trovato quello che cercavo: Mondo Taitu, è una casetta di legno arredata in nome del mare e del surf, circa 12 camere più un paio di aree in comune, con tavoli, cucina e frigorifero, amache, buona musica e gente cool! Il proprietario, Juan,   è venezuelano, surfista, shaper, fa tattoo e piercing e con una piccola barchetta organizza surf trip direttamente sugli spot. Metto giù lo zaino e scrocco subito un passaggio da Victor, autista ufficiale dei surfisti che per 2 dollari circa ti porta agli spot, stavolta si va a Punch. Dopo uno dei soliti acquazzoni pomeridiani il tramonto è spettacolare, le onde sono regolari, i 4 surfisti americani faticano ad entrare in acqua senza calzari, il reef non è tagliente ma molto appuntito e pieno di ricci! Serata a base di salsa e merengue (che odio) ma per gentilezza cedo alle lezioni gentilmente offerte dai surfisti venezuelani (mi fa un po’ strano vederli sculettare).

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24 dicembre Riunito un gruppetto di europei, prendiamo una lancia per l’isola di Batimentos. Se va a surfear a Playa Primera! Per arrivarci bisogna attraversare a piedi la “foresta amazzonica”, ma noi non ci scoraggiamo. Dopo più di 45 minuti a piedi scalzi nel fango fino alle caviglie, alternato a raduni di formiche rosse giganti e a prati che sembrano morbidi ma nascondono degli antipaticissimi fiorellini pungenti, arriviamo on the beach. Per alleviare il prurito causato dai mosquitos ci buttiamo in acqua di corsa; il brutto è che bisognerà tornare indietro e rifare il percorso “Survivor”. Il paesaggio spettacolare meritava tanta fatica. Io e le altre due prode surfiste (una newyorkese ed una londinese) ce la spassiamo in una baia di sabbia bianca con l’acqua è calda e cristallina, quest’isola è meravigliosa e praticamente deserta. Conclusioni di fine giornata: apprendo che la mia crema non è water resistant, ho ustioni di primo grado su chiappe e polpacci; la schiena è salva grazie alla lycra ma in compenso ho l’abbronzatura da camionista… Cenone della vigilia di Natale al Mondo Taitu, gli altri ospiti (danesi, austriaci ed americani) mi scelgono come cuoca, visto che sono italiana danno per scontato che sappia cucinare; ricevo i complimenti per una schifosissima pasta col tonno e le olive, ovviamente sono tutti un po’ ubriachi! PS: al supermercato compro per sbaglio un barattolo di peperoni rossi al posto dei pelati, giuro che dal disegno erano uguali, fatto sta che li ho usati al posto del sugo. No comment.

25 dicembre Ma la stagione delle piogge non era finita? Un bel diluvio al giorno non ce lo toglie nessuno, e in più io ho la febbre. Giornata del cavolo, vabbè dormo. Ma di dormire non se ne parla, questo è il paradiso dei volatili, sanno fare dei versi che ricordano tutti i tipi di suonerie dei cellulari e i più bravi fanno anche il rumore del fax!

26 dicembre Decido di rimanere qui fino alla fine della vacanza: l’arcipelago di Bocas del Toro offre tutto quello di cui ho bisogno: diversi surf spots, pensione economica, pochi turisti ma buoni, diversi ristoranti e localini carini nel simpatico paesino in tipico stile caraibico e un po’ liberty. Ed in mancanza d’onde il reef è l’ideale per fare snorkeling.

30 dicembre è ora di ributtare i vestiti nello zaino. Basta con gli autobus-firgorifero, prendo un mini aereo (15 posti) per Panama City, diciamo che ha passato il collaudo con una bustarella ma riusciamo a giungere a destinazione. Faccio amicizia con 3 americani con cui divido il taxi per la città, Eliza ed io scegliamo un hotel super economico in centro, non molto distante dalla zona vecchia (Casco Viejo), poco raccomandata durante le ore notturne. Non che il nostro hotel invece sia molto raccomandabile, è uno di quelli aperto 24 ore su 24 (sì proprio per quel motivo lì). Abbiamo una vasta scelta di camere: da 12, 15 o 20 dollari, ovviamente prendiamo la meno cara (tanto chissà che differenza c’è). Le vie sono animate, i negozi aperti fino a tardi e non mi sembra ci sia d’aver timore di qualcosa, si trova di tutto per pochi dollari.

Ormai sono giunta alla fine del viaggio, la nebbia e il lavoro mi aspettano.

Sono positivamente colpita dalla disponibilità e dalla gentilezza dei panamensi.

Viaggiare da sola è come viaggiare con centinaia di persone provenienti da tutte le parti del mondo, mi sono rimasti in mente tanti volti e tanti ricordi.

Ora non mi resta che pensare alla prossima meta.

Stefi

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