Premessa: Le Filippine sono un arcipelago composto da 7.641 isole, di cui circa 2.000 abitate.
Erano anni che avevo in mente di visitare le Filippine, speravo di farlo in barca con mio marito, ma siccome non ho né una, né l’altro, ho deciso di venirci da sola.
Ho acquistato un volo Roma-Manila con scalo a Shanghai, volevo prendere solo l’andata perché non so bene quando e da dove rientrerò, ma ormai in quasi nessun paese del mondo è possibile entrare con visto turistico senza mostrare la prenotazione di un volo di uscita, quindi ne ho preso uno per Kuala Lumpur in Malesia, poi vedrò che fare.
Sono atterrata a Manila alle 3.40 di notte, pensavo che spostarsi da un terminal all’altro fosse una cosa piuttosto veloce, considerando anche il controllo passaporti mi ero tenuta tre ore di tempo prima di imbarcarmi per la destinazione successiva, ma a Manila c’è un traffico tremendo anche di notte ed i tre Terminal aeroportuali sono situati in posti diversi, con lo shuttle bus (gratuito) ci abbiamo impiegato ben 40 minuti, e dopo essere entrata mi sono ritrovata una coda chilometrica ai check in. Mi ha preso un po’ d’ansia ma alla fine sono giunta al Gate in tempo.
La prima isola che ho visitato è stata Palawan, ho pernottato nella capitale, Puerto Princesa, solo la notte del mio arrivo, alle sette del mattino seguente son partita per una delle più gettonate escursioni dell’isola, ovvero il fiume sotterraneo, divenuto sito UNESCO nel 1999 ed entrato a far parte delle 7 meraviglie naturali nel 2012. Arrivarci non è semplice, si è costretti ad acquistare un’escursione che include il trasferimento di circa due ore, dal proprio hotel alla costa ovest, attraversando una fitta giungla in una zona piuttosto collinare. Si giunge in una baia con un piccolo porticciolo, in cui si ritornerà per il pranzo (di solito incluso nel pacchetto), con una barca tipica ci si sposta in circa venti minuti di navigazione alla spiaggia incastonata tra le rocce, dove c’è la foce del fiume da cui partono le piccole canoe per l’esplorazione del fiume sotterraneo. Pensavo che fosse una grotta bassa, invece è altissima, c’è una zona talmente ampia che è chiamata la cattedrale. Ovviamente è la patria dei pipistrelli, alcuni dormono, altri no e ci svolazzano sopra le teste. I caschi quindi non servono per non sbattere contro le rocce, ma per non farsi cagare o pisciare in testa, le guide consigliano inoltre di tenere la bocca chiusa quando si guarda in su. Meglio non pronunciare troppi wow! Durante il percorso non si può parlare e fare rumore per proteggere l’ecosistema. Per questo motivo ci hanno fornito di auricolari ed audio guide per ascoltare le spiegazioni nel silenzio più totale. Le formazioni rocciose, stallagmiti e stalattiti sono di diverse tonalità di grigio oppure giallo oro, ed hanno forme assurde, la guida ci illumina con la sua torcia ciò che dovrebbe sembrare la Trinità, il cavallo Pegaso ed altre figure che forse solo da ubriachi sì riescono ad immaginare.









La pagaiata dura circa 40 minuti, anche se il fiume prosegue per diversi chilometri, ma proseguire può diventare pericoloso e forse anche un po’ noioso.
La sera stessa ho preso un van per dirigermi a nord dell’isola, quasi sei ore di strada inclusa una sosta cena, per fortuna mi ero portata una felpa anche se fuori c’erano 30 gradi, anzi avrei voluto il piumino, perché l’aria condizionata era settata a meno 20! El Nido è un paesino molto vivace venuto alla ribalta soprattutto negli ultimi anni con le migliaia di video e foto condivise sui social network, è una piccola baia incastonata tra alte rocce, di fronte alcune tra le più belle isole della zona. Non essendo un’amante della vita mondana e del casino, ho scelto di pernottare solo la notte prima di imbarcarmi per i tre giorni di escursione in barca verso Coron.






Ci sono diverse compagnie che organizzano questo tipo di escursioni, le barche usate sono in tipico stile locale, le stesse dei pescatori, sono parzialmente coperte quindi si può stare sia all’ombra che al sole, seduti sulle panche o sdraiati sulla ponte di sopra. Il gruppo era composto da circa 35 persone (tutti europei, molte coppie e solo 3 viaggiatrici solitarie con cui ho condiviso la problematica di spalmarsi la crema solare sulla schiena, vero cruccio delle solo-travelers. Siamo stati divisi in due imbarcazioni, su cui si trascorre la giornata, facendo almeno cinque soste nelle varie isolette per snorkeling, tuffi dalle rocce, passeggiate in spiaggia. Non c’è un vero programma di viaggio perché gli stop possono cambiare a seconda delle condizioni del mare, ma la cosa più particolare è stata dormire nei camp sulla spiaggia, in piccole capanne di paglia carinissime.






Colazioni, pranzi e snack si facevano a bordo (non ho ancora capito dove si nascondesse il cuoco e dove fosse la cambusa visto che la barca era tutta aperta), la cena invece era servita sulle isole in cui abbiamo pernottato, che son dotate di grandi tavoli e panche, bagni e docce.
Il cibo è stato ottimo ed abbondante, con scelta per vegani e pescetariani, una nota di merito agli involtini fritti di banana, tipo spring rolls ma dolci.
Inclusi anche gin, rum, coca, sprite e succhi.


Un’esperienza da fare assolutamente per godere al meglio di questa zona, ma attenzione, non si salpa da El Nido ma dal lato nord est di Palawan, quindi non si ha modo di vedere le isole di fronte alla baia che meriterebbero almeno un’escursione giornaliera.
È assolutamente necessaria la borsa impermeabile, acquistabile alle bancarelle di El Nido, aperte anche la notte, per 5/8 euro a seconda della misura.
Ah dimenticavo, unica nota negativa, almeno per me, la sera dopo cena purtroppo fanno il karaoke. Come distruggere la pace dell’isola.
Un’altra mia disattenzione nel leggere il programma è stato il fraintendere l’itinerario, ovvero pensavo si rientrasse nello stesso porto della partenza, sull’isola di Palawan e da lì infatti avevo prenotato il volo per la destinazione successiva, invece il tour in barca è terminato sull’isola di Coron. Nulla di grave, fortunamente il volo era alle 13.00, pernottando vicino al porto sono riuscita a prendere il primo traghetto del mattino, alle cinque ero già in coda alla biglietteria, ed in quattro ore sono giunta di nuovo ad El Nido. Dopo il mio quotidiano succo di mango, sorseggiato in spiaggia, sono andata in aeroporto con uno dei tanti tuc tuc, che a Palawan sono tipo sidecar, ovvero moto con una struttura attaccata intorno, in altre isole invece sono a triciclo, tipo le nostre Apecar, anzi alcune sono proprio della Piaggio, solo a Boracay i tuc tuc sono elettrici e si chiamano E-trike.






Avevo scelto Boracay, una piccola isoletta a Nord della più grande Panacay, perché volevo fare un corso di kite. Anzi, l’ennesimo mio corso di kite, dopo aver fatto lezioni qui e là, dalla Grenadine a Dakhla, dal nord al sud Sardegna di solito mollo tavola e vela per anni e ricomincio quasi da zero. Ma stavolta non l’ho nemmeno fatto il corso. Primo, perché i prezzi sono alti, secondo, il fondale è roccioso e rIccioso, ovvero pieno di ricci, terzo, il meteo non è invitate, acquazzoni, vento fortissimo a 29 nodi onshore, insomma ho trovato ben tre scuse per optare ai massaggi, di gran lunga più economici e rilassanti.
L’isola è lunga e stretta, l’ho girata praticamente tutta a piedi in meno di tre ore, è piatta al centro con un promontorio a nord, sul lato est la spiaggia per kiters, sul lato ovest la lunga White Beach da dove si può ammirare ogni sera un tramonto spettacolare, entrambe le spiagge sono costeggiate da alte palme da cocco.






Boracay è una destinazione per festaioli (la sottoscritta esclusa), lungo la costa un susseguirsi di locali, ristoranti, bar, hotel negozi, tutti uno attaccato all’altro, angusti vicoletti portano invece verso la via principale anch’essa ricca di negozi e ristoranti di ogni genere. Evitare la carne resta comunque un’impresa difficile, son riuscita a mangiare cose assurde, pensavo fossero polpette di pesce ma erano solo palline fritte al gusto pesce.
Altro che Gaviscon.




Dopo aver fatto delle meravigliose foto al tramonto ed aver scoperto che ogni pomeriggio verso le cinque prendono il largo centinaia di barchette a vela, ho deciso di fare anch’io questa esperienza.
Eravamo in cinque, più tre membri dell’equipaggio, le barche hanno un corpo centrale largo quanto una canoa e dei bilancieri laterali che le fanno sembrare dei trimarani, gli ospiti si siedono sulle reti, un marinaio sta a prua a governare il fiocco e l’altro sta seduto al centro per manovrare la randa, il terzo controlla che i turisti non caschino in mare.
Viaggiano veloci verso il sole, per una mezz’ora scorrazzando su e giù per la baia formando un via vai di vele che danzano come farfalle… Madonna che romantica.
Per ora vi saluto qui…



















































