Workaway a Bohol ed altre storie nelle Filippine

Mi ero ripromessa di scrivere quasi subito il secondo articolo sulle Filippine ma sono stata molto presa e ho cercato di passare meno tempo possibile al telefono.

Eravamo quindi rimasti a Boracay, ovvero la terza isola che ho visitato, da lì ho preso un paio di voli per raggiungere l’isola di Bohol collegata con un ponte all’isoletta di Panglao, in cui ho fatto per due settimane Workaway, ovvero ho lavorato qualche ora al giorno in cambio di vitto ed alloggio in un piccolo hotel situato a pochi passi dalla spiaggia. Si chiama Natura Vista ed è immerso in una foresta tropicale, un posto molto carino, era una casa in stile tradizionale in legno e bambù, ora trasformata in albergo con una decina di camere diffuse disposte a cerchio intorno ad una piccola piscina con jacuzzi; tre sono al piano terra, le altre sono ad un livello più alto, stile palafitta, al centro anche il ristorante che offre servizio di colazione, pranzo e cena. La struttura è completamente immersa nel verde, circondata da una foresta tropicale lussureggiante, con cani, gatti, galli e caprette liberi di circolare nel vicinato.

Il mio turno di lavoro era la mattina, dalle 7.00 alle 11.00, durante l’orario delle colazioni, aiutavo le due ragazze della cucina, Hanna e Steph, a prendere gli ordini e a fare i caffè (era solubile, quindi non era molto complicato versare l’acqua nelle tazze) poi chiacchieravo un po’ con gli ospiti e li aiutavo a scegliere tra le portate disponibili: la classica omelette, uova strapazzate, pancakes e hotdog, oppure piatti locali come carne macinata con delle patate di un colore strano, il riso al cioccolato con pesce secco (ehm difficile per il nostro palato, lo so) ed una cosa buonissima che si chiama Tortang Talong, una melanzana intera spellata sul fuoco e poi appiattita ed inzuppata nell’uovo sbattuto con verdure e poi fritta, che è stata il mio piatto fisso durante tutto il soggiorno.

Eravamo in cinque volontari: un ragazzo messicano, sorella e fratello anglo/spagnoli, ed un giovane artista siciliano che ha arricchito la guest house con dei fantastici murales, vi riporto anche il suo profilo Instagram perché merita: Francesco_relica

L’atmosfera era molto rilassata, lo staff era composto da tantissimi ragazzi e ragazze giovanissimi tra i 18 e i 25 anni, alcuni stavano facendo un praticantato, tutti estremamente gentili ed un po’ timidi, come lo sono di carattere i filippini.

Ogni giorno finito il mio turno avevo tutto il tempo di esplorare la zona, ho praticamente adottato i fratelli londinesi con cui sono andata in giro per tutta l’isola, abbiamo legato molto anche se lui, Iker, ha 21 anni e lei, Ametx, solo 24, sono due ragazzi fantastici, dolci e sensibili seppur molto alternativi, ho più foto con loro che con mio figlio!

Per prima cosa siamo andati a fare snorkeling su una barriera corallina dove ci si ritrova a nuotare tra i banchi di sardine, un’esperienza unica, davvero fantastica, le sardine ti girano introno come in un vortice ma non ti toccano, se allunghi la mano si spostano e continuano a fluttuare come se fosse una massa unica argentata, una situazione quasi surreale, sembrava un film di fantascienza.

Il giorno di Natale niente abbuffate per noi, siamo andati a fare il bagno in una grotta con un laghetto balneabile con l’acqua quasi turchese, dico quasi perchè vivendo in Sardegna sono, ahimè, molto pretenziosa riguardo ai colori dell’acqua in cui mi tuffo.

Se vi trovate sull’isola di Panglao piuttosto che visitare la spiaggia della più gettonata cittadina di Alona, consiglio di andare alla White Beach, una lunga spiaggia di sabbia bianca finissima, costeggiata da altissime palme ad ago, l’acqua è bassa per un bel po’ fino alla barriera corallina in cui poi potrete ammirare tantissime stelle marine a pois su fondo beige, arancio chiaro ed arancio scuro, purtroppo non ho la fotocamera subacquea e quindi ve le posso solo raccontare a parole.

Come in tutta l’Asia, purtroppo in gran parte delle spiagge c’è molta sporcizia, soprattutto plastica e bottiglie di vetro, che non sono portate dalle mareggiate ma sono lasciate da gente che non ha rispetto per il proprio territorio, e questo succede anche nelle campagne della Sardegna e la cosa mi irrita tantissimo. So che ci sono tante problematiche a riguardo, prima cosa non sanno come smaltire la spazzatura, ma non è un buon motivo per buttarla per terra.

Un giorno, armata di guanti di gomma e sacchi neri sono andata sulla piccola spiaggia di pescatori adiacente il mio alloggio ed ho iniziato a raccogliere l’immondizia. Dopo pochi minuti è successa una cosa meravigliosa, alcuni bambini che stavano giocando in mare sono letteralmente corsi ad aiutarmi, senza che io chiedessi nulla. Hanno cominciato a zampettare qua e là, prendendola come un gioco a chi raccoglieva più cose. Mi chiedevano se questo o quello andavano buttati, tipo pezzi di legno, noci di cocco e bottiglie di vetro. Ho spiegato loro cosa inquina e cosa no ed in circa 15 minuti abbiamo riempito due grandi sacchi neri.

Il 30 dicembre abbiamo concluso l’anno in bellezza facendo una fantastica escursione alle cascate Panagas e alle Chocolate Hills, con un primo immancabile stop alla Zip Line sul fiume Loboc. Ma la cosa ancor più divertente è stata non aver preso il Tuk Tuk con l’autista ma averlo guidato io! Assomiglia ad un’Apecar, ha le stesse marce a mano della Vespa ed essendo io proprietaria di un mitico cinquantino del 1984, l’ho guidato con scioltezza. L’unica difficoltà però è stata cercare di non sbandare, soprattutto in discesa con il peso dei passeggeri sul sedile posteriore, il solo freno a pedale poi non frenava per nulla e dovevo scalare in continuazione per rallentare usando il freno motore.

La strada per andare alle cascate era in costruzione, era per metà sterrata con sassi, fango e buche, e per l’altra metà invece era composta da una specie di passerella in cemento, poco più larga del tuk tuk, difatti ad un metro dalla fine sono andata giù con la ruota posteriore destra, fortunatamente i miei ragazzi l’hanno rimessa in carreggiata a braccia.

Siamo stati in giro dalle 8.30 alle 17.30, per un totale di 130 km. La sera avevo il braccio sinistro e la spalla super doloranti a furia di tenere il manubrio e cambiare le marce, di due fratelli non hanno la patente e non han nemmeno mai guidato un motorino, quindi non potevano darmi il cambio, ma il panorama tra risaie, fiumi e foreste è stato così bello che ne è valsa la pena.

Una piccola spiegazione sulle Chocolate Hills, che non sono colline ricoperte di piante di cacao, ma bensì circa 1200 formazioni geologiche alte tra i 30 e i 50 mt, presenti solo in questa zona, con una curiosa unicità: la folta vegetazione cresce esclusivamente alla base, sulla cima invece cresce solo erba, che durante la stagione estiva si secca e diventa marrone, per questo son chiamate colline di cioccolato.

Finita la mia esperienza sull’isola di Bohol sono partita alla volta di Cebu, la mia ultima isola nelle Filippine. Dal porto di Tagbilaran ho preso un traghetto lento, perché tanto ho letto che quello veloce è sempre in ritardo di un’ora quindi inutile pagare il doppio per non avere vantaggi, inoltre quello veloce ha dei sedili stretti e scomodi, invece quello che ho preso io ha dei letti a castello in un grande salone, ognuno ha già il suo numero di branda già assegnato sul biglietto, sembrava un po’ un ospedale militare, ma alla fine durante le 4 ore di traversata mi sono fatta un bel pisolino.

Arrivata a Cebu City verso le 16.30, dopo aver lasciato lo zaino al mio ostello sono andata a fare un giretto prima che diventasse buio, per vedere le poche cose degne di nota in questa, mi spiace dirlo, veramente brutta e caotica città, la seconda più grande delle Filippine.

La cattedrale, la croce di Magellano che è stato ucciso su quest’isola nel 1521 e il relativo monumento alla battaglia di Mactan.

Dopo aver pernottato nei pressi del terminal dei bus, ne ho preso uno per la mia vera destinazione su quest’isola, Moalboal.

Il tragitto doveva durare circa due ore ma ce ne abbiamo messe ben quattro! L’aria condizionata si è guastata subito, i finestrini non si aprivano ed i sedili erano ricoperti di una fodera in plastica che ha agevolato la sudorazione, le mie gambe erano letteralmente appiccicate al sedile.

Arrivata finalmente al mio alloggio ansiosa di farmi una doccia, l’amara sorpresa: non trovano la mia prenotazione ed ovviamente non hanno più disponibilità. Dopo aver discusso con la manager ed ottenuto l’intero rimborso il problema è stato trovare qualcosa di economicamente accessibile in super last minute, i posti che avevo selezionato una decina di giorni prima erano ormai tutti al completo, in fretta ho prenotato un altro alloggio, ma fuori paese, forse anche più carino e sicuramente più tranquillo di quello non disponibile. Così credevo, ma sfortunatamente a pochi metri dalla mia camera c’era qualcuno che praticava l’hobby più popolare delle Filippine, il Karaoke. Non mi è mai piaciuto ma non pensavo di poterlo odiare così profondamente come ho scoperto al termine del mio mese filippino. Odio il karaoke, odio le persone stonate che rovinano le canzoni, odio chi disturba la quiete della natura.

Ma torniamo ai motivi per cui i turisti visitano Moalboal: fare immersioni e vedere le cascate Kawasan.  Io praticamente sono venuta sull’isola di Cebu esclusivamente per fare canyoning sul fiume Matutinau e scendere i tre livelli delle cascate Kawasan.

Avevo già fatto diverse volte l’attività di Canyoning, in trentino, in Piemonte ed anche in Repubblica Dominicana. Questo è forse il più lungo e spettacolare che abbia mai fatto, non tanto adrenalinico come quello di Storo sul Garda, ma molto divertente. Poi, diciamolo, l’acqua calda fa la differenza!

Mi sono divertita un sacco nel fare salti, scivoli, rovesciate, lanci con le liane, le compagnie che lo promuovono sono tante e le guide che accompagnano i gruppi sono molto numerose, io avevo addirittura la mia personale, che mi teneva per mano, mi faceva foto e video, insomma è stata una giornata intensa ed un’esperienza fantastica, forse la più bella qui alle Filippine.

L’ultimo mio giorno sull’isola di Cebu era iniziato male, la sera prima avevo visto uno scarafaggio uscire dal mio zaino, quindi ho fatto una specie di barriera intorno al letto con delle pastiglie di canfora che avevo trovato in bagno, chissà se a lui han dato fastidio, a me quell’odore pungente ha fatto venire tosse e mal di gola. A metà mattina ho comunque deciso di andare a fare un bagnetto con la maschera nella spiaggia del paese, non mi aspettavo di vedere granché perché avevo letto che le sardine ci sono per lo più la mattina presto, quando l’acqua è ancora freddina, ma avevo dormito male e non avevo voglia di fare corse, quindi sono arrivata lì col sole già alto. La spiaggia è stretta, per lo più scogliosa, la peculiarità è che appena si entra si è direttamente sulla barriera corallina, che sprofonda nell’abisso dopo appena 30 metri. Stavo nuotando guardando i coralli quando, tra la fine della barriera ed il blu del mare profondo, vedo apparire un grosso banco di sardine, ma stavolta non c’erano solo loro, c’erano due grandi tartarughe marine che mi sguazzavano sotto la pancia, non me l’aspettavo e la prima reazione che ho avuto è stata quella di uscire a prendere il telefono nella sua scarsa custodia waterproof, quando poi ho pensato che fosse meglio godersi il momento, quindi per rendere l’idea pubblico una foto presa da internet che sicuramente è meglio di quella che avrei scattato io.

E con questa ultima sosta termina il mio mese alle Filippine.

Per un totale di cinque voli interni e tre traghetti, per sei isole visitate: Palawan, Coron, Boracay, Bohol, Panglao, Cebu, più almeno una decina di isolette minori disabitate toccate in barca tra El Nido e Coron. Manila l’ho volutamente saltata, mi è bastato passarci col taxi tra un terminal e l’altro, già non sono un’amante delle città, figuriamoci di quelle asiatiche e caotiche.

Il mio intento era vedere un po’ di natura, cultura locale e mare, forse però avendo già visto tanto di questo mondo ho perso l’entusiasmo, non mi stupisce quasi nulla, sono diventata un po’ amorfa, direi anche pretenziosa, cosa che non ero mai stata. Sarà forse che invecchiando si apprezzano di più alcune cose rispetto ad altre e si diventa più selettivi.

Comunque non voglio dare giudizi, perché ognuno ha il suo modo di vedere le cose, se andrete alle Filippine, fatemi sapere cosa ne pensate.

Esplorando le Filippine

Premessa: Le Filippine sono un arcipelago composto da 7.641 isole, di cui circa 2.000 abitate.

Erano anni che avevo in mente di visitare le Filippine, speravo di farlo in barca con mio marito, ma siccome non ho né una, né l’altro, ho deciso di venirci da sola.

Ho acquistato un volo Roma-Manila con scalo a Shanghai, volevo prendere solo l’andata perché non so bene quando e da dove rientrerò, ma ormai in quasi nessun paese del mondo è possibile entrare con visto turistico senza mostrare la prenotazione di un volo di uscita, quindi ne ho preso uno per Kuala Lumpur in Malesia, poi vedrò che fare.

Sono atterrata a Manila alle 3.40 di notte, pensavo che spostarsi da un terminal all’altro fosse una cosa piuttosto veloce, considerando anche il controllo passaporti mi ero tenuta tre ore di tempo prima di imbarcarmi per la destinazione successiva, ma a Manila c’è un traffico tremendo anche di notte ed i tre Terminal aeroportuali sono situati in posti diversi, con lo shuttle bus (gratuito) ci abbiamo impiegato ben 40 minuti, e dopo essere entrata mi sono ritrovata una coda chilometrica ai check in. Mi ha preso un po’ d’ansia ma alla fine sono giunta al Gate in tempo.

La prima isola che ho visitato è stata Palawan, ho pernottato nella capitale, Puerto Princesa, solo la notte del mio arrivo, alle sette del mattino seguente son partita per una delle più gettonate escursioni dell’isola, ovvero il fiume sotterraneo, divenuto sito UNESCO nel 1999 ed entrato a far parte delle 7 meraviglie naturali nel 2012. Arrivarci non è semplice, si è costretti ad acquistare un’escursione che include il trasferimento di circa due ore, dal proprio hotel alla costa ovest, attraversando una fitta giungla in una zona piuttosto collinare. Si giunge in una baia con un piccolo porticciolo, in cui si ritornerà per il pranzo (di solito incluso nel pacchetto), con una barca tipica ci si sposta in circa venti minuti di navigazione alla spiaggia incastonata tra le rocce, dove c’è la foce del fiume da cui partono le piccole canoe per l’esplorazione del fiume sotterraneo. Pensavo che fosse una grotta bassa, invece è altissima, c’è una zona talmente ampia che è chiamata la cattedrale. Ovviamente è la patria dei pipistrelli, alcuni dormono, altri no e ci svolazzano sopra le teste. I caschi quindi non servono per non sbattere contro le rocce, ma per non farsi cagare o pisciare in testa, le guide consigliano inoltre di tenere la bocca chiusa quando si guarda in su. Meglio non pronunciare troppi wow! Durante il percorso non si può parlare e fare rumore per proteggere l’ecosistema. Per questo motivo ci hanno fornito di auricolari ed audio guide per ascoltare le spiegazioni nel silenzio più totale. Le formazioni rocciose, stallagmiti e stalattiti sono di diverse tonalità di grigio oppure giallo oro, ed hanno forme assurde, la guida ci illumina con la sua torcia ciò che dovrebbe sembrare la Trinità, il cavallo Pegaso ed altre figure che forse solo da ubriachi sì riescono ad immaginare.

La pagaiata dura circa 40 minuti, anche se il fiume prosegue per diversi chilometri, ma proseguire può diventare pericoloso e forse anche un po’ noioso.
La sera stessa ho preso un van per dirigermi a nord dell’isola, quasi sei ore di strada inclusa una sosta cena, per fortuna mi ero portata una felpa anche se fuori c’erano 30 gradi, anzi avrei voluto il piumino, perché l’aria condizionata era settata a meno 20! El Nido è un paesino molto vivace venuto alla ribalta soprattutto negli ultimi anni con le migliaia di video e foto condivise sui social network, è una piccola baia incastonata tra alte rocce, di fronte alcune tra le più belle isole della zona. Non essendo un’amante della vita mondana e del casino, ho scelto di pernottare solo la notte prima di imbarcarmi per i tre giorni di escursione in barca verso Coron.

Ci sono diverse compagnie che organizzano questo tipo di escursioni, le barche usate sono in tipico stile locale, le stesse dei pescatori, sono parzialmente coperte quindi si può stare sia all’ombra che al sole, seduti sulle panche o sdraiati sulla ponte di sopra. Il gruppo era composto da circa 35 persone (tutti europei, molte coppie e solo 3 viaggiatrici solitarie con cui ho condiviso la problematica di spalmarsi la crema solare sulla schiena, vero cruccio delle solo-travelers. Siamo stati divisi in due imbarcazioni, su cui si trascorre la giornata, facendo almeno cinque soste nelle varie isolette per snorkeling, tuffi dalle rocce, passeggiate in spiaggia. Non c’è un vero programma di viaggio perché gli stop possono cambiare a seconda delle condizioni del mare, ma la cosa più particolare è stata dormire nei camp sulla spiaggia, in piccole capanne di paglia carinissime.


Colazioni, pranzi e snack si facevano a bordo (non ho ancora capito dove si nascondesse il cuoco e dove fosse la cambusa visto che la barca era tutta aperta), la cena invece era servita sulle isole in cui abbiamo pernottato, che son dotate di grandi tavoli e panche, bagni e docce. 

Il cibo è stato ottimo ed abbondante, con scelta per vegani e pescetariani, una nota di merito agli involtini fritti di banana, tipo spring rolls ma dolci.
Inclusi anche gin, rum, coca, sprite e succhi.

Un’esperienza da fare assolutamente per godere al meglio di questa zona, ma attenzione, non si salpa da El Nido ma dal lato nord est di Palawan, quindi non si ha modo di vedere le isole di fronte alla baia che meriterebbero almeno un’escursione giornaliera.
È assolutamente necessaria la borsa impermeabile, acquistabile alle bancarelle di El Nido, aperte anche la notte, per 5/8 euro a seconda della misura.
Ah dimenticavo, unica nota negativa, almeno per me, la sera dopo cena purtroppo fanno il karaoke. Come distruggere la pace dell’isola.

Un’altra mia disattenzione nel leggere il programma è stato il fraintendere l’itinerario, ovvero pensavo si rientrasse nello stesso porto della partenza, sull’isola di Palawan e da lì infatti avevo prenotato il volo per la destinazione successiva, invece il tour in barca è terminato sull’isola di Coron. Nulla di grave, fortunamente il volo era alle 13.00, pernottando vicino al porto sono riuscita a prendere il primo traghetto del mattino, alle cinque ero già in coda alla biglietteria, ed in quattro ore sono giunta di nuovo ad El Nido. Dopo il mio quotidiano succo di mango, sorseggiato in spiaggia, sono andata in aeroporto con uno dei tanti tuc tuc, che a Palawan sono tipo sidecar, ovvero moto con una struttura attaccata intorno, in altre isole invece sono a triciclo, tipo le nostre Apecar, anzi alcune sono proprio della Piaggio, solo a Boracay i tuc tuc sono elettrici e si chiamano E-trike.

Avevo scelto Boracay, una piccola isoletta a Nord della più grande Panacay, perché volevo fare un corso di kite. Anzi, l’ennesimo mio corso di kite, dopo aver fatto lezioni qui e là, dalla Grenadine a Dakhla,  dal nord al sud Sardegna di solito mollo tavola e vela per anni e ricomincio quasi da zero. Ma stavolta non l’ho nemmeno fatto il corso. Primo, perché i prezzi sono alti, secondo, il fondale è roccioso e rIccioso, ovvero pieno di ricci, terzo, il meteo non è invitate, acquazzoni, vento fortissimo a 29 nodi onshore, insomma ho trovato ben tre scuse per optare ai massaggi, di gran lunga più economici e rilassanti.
L’isola è lunga e stretta, l’ho girata praticamente tutta a piedi in meno di tre ore, è piatta al centro con un promontorio a nord, sul lato est la spiaggia per kiters, sul lato ovest la lunga White Beach da dove si può ammirare ogni sera un tramonto spettacolare, entrambe le spiagge sono costeggiate da alte palme da cocco.

Boracay è una destinazione per festaioli (la sottoscritta esclusa), lungo la costa un susseguirsi di locali, ristoranti, bar, hotel negozi, tutti uno attaccato all’altro, angusti vicoletti portano invece verso la via principale anch’essa ricca di negozi e ristoranti di ogni genere. Evitare la carne resta comunque un’impresa difficile, son riuscita a mangiare cose assurde, pensavo fossero polpette di pesce ma erano solo palline fritte al gusto pesce.
Altro che Gaviscon.


Dopo aver fatto delle meravigliose foto al tramonto ed aver scoperto che ogni pomeriggio verso le cinque prendono il largo centinaia di barchette a vela, ho deciso di  fare anch’io questa esperienza.
Eravamo in cinque, più tre membri dell’equipaggio, le barche hanno un corpo centrale largo quanto una canoa e dei bilancieri laterali che le fanno sembrare dei trimarani, gli ospiti si siedono sulle reti, un marinaio sta a prua a governare il fiocco e l’altro sta seduto al centro per manovrare la randa, il terzo controlla che i turisti non caschino in mare.
Viaggiano veloci verso il sole, per una mezz’ora scorrazzando su e giù per la baia formando un via vai di vele che danzano come farfalle… Madonna che romantica.

Per ora vi saluto qui…